Storia e leggenda della nobile Zaida di Cordova: regina, concubina o amato fantasma noto come La Encantá.

Zaida, La Encantá
Mappa_Almodóvar del Río
La principessa mora.

Il ricordo di tristi principesse musulmane affolla le leggende e i racconti popolari andalusi.

Figlie di un medioevo perduto, di casa in sontuose corti (inaccessibili ai più) con giardini, zampilli d’acqua e ricchezze di ogni tipo, vennero tutte travolte dalle guerre che portarono al collasso di Al-Ándalus e al nascere di un nuovo mondo.

Sospirano sfarzi e abbondanze da tempo perdute e amori impossibili; sono storie antiche di altre genti, altre lingue, altre usanze.

Spettri e ninfe.

Spesso l’emblematica principessa mora (“moros” è come venivano chiamati i popoli al comando di Al-Ándalus, l’Iberia musulmana medievale) vorrebbe apparire – come ombra o spettro – a viaggiatori ed esploratori solo durante alcune notti all’anno (la notte di San Juan, per esempio).

Altre volte si nasconde in luoghi specifici (spesso caverne) e il suo fantasma custodisce un fantomatico tesoro.

Sovente a guardia di purissime fonti, la sua figura si riallaccia a mitologie antiche, e sicuramente ammicca alle classiche ninfe delle fonti.

Fonti, mostri e fughe.

Insomma: numerosi centri rurali spagnoli e andalusi custodiscono il ricordo della loro principessa araba, esiliata, imprigionata e sacrificata dalla storia o dalle leggende.

Di qualcuna di loro abbiamo già scritto, come per il racconto di Zulema, le cui incessanti lacrime trasformarono in una sorgente, o dell’abbandonata Tragantía, mutata in vendicativo mostro, o dell’eroica fuga e tragica morte della nobile dama che diede il nome alla Peña de los Enamorados di Antequera.

La Encantá.

Capita che questa principessa assuma, nei racconti, un nome ricorrente: quello della Encantada (L’Incantata), che in molte aree andaluse si accorcia in La Encantá.

Se ne parla ad Almedinilla, per esempio, (un paese di duemila anime in provincia di Cordova) dove accadde che un giovane cristiano si innamorò di una fanciulla mora mentre questa lavava i panni in una fonte.

Il loro amore impossibile condusse all’uccisione del giovane pretendente e alla follia della ragazza, che, disperata, si rifugiò in una caverna (tema ricorrente, come dicevamo).

Qui si consumò e si spense nel giro di pochi giorni, ma ogni anno – durante la notte di San Juan – il suo spirito riappare sulle sponde dello specchio d’acqua testimone della sua felicità e del suo dolore.

Le taifas e gli Almoravidi.

In questo universo di sofferenti dame, intrappolate nei racconti dei popoli di un intero Paese, una particolare Encantá si distingue per avere dei riscontri storici.

È la principessa Zaida, le cui vicende sono indissolubilmente legate alla storia medievale spagnola.

Siamo nell’Undicesimo Secolo.

Il grande e potente califfato di Cordova, che governava quasi tutta la penisola iberica e alcuni territori africani, si sta frammentando in staterelli (i regni di taifa) a causa di lotte intestine.

Gli eserciti cristiani premono e le frontiere tra i due mondi continuano a modificarsi.

Alcune taifas si alleano tra loro, altre cercano protezione dai belligeranti vicini rivolgendosi ai signori venuti dal nord.

In questo contesto, si affaccia sullo scacchiere geopolitico un nuovo attore: gli Almoravidi, una dinastia berbera nordafricana che osservava con interesse gli accadimenti di Al-Ándalus, ed era pronta a intervenire in aiuto – se così si può dire – dei regnanti dei turbolenti e disorganizzati staterelli.

A differenza dei loro moderati alleati andalusí (che, tra le altre cose, non si facevano grossi problemi a coltivare la vite e bere vino) gli Almoravidi avevano una visione dei precetti religiosi decisamente più rigorosa.

Risposero dunque alla chiamata delle taifa e in breve invasero i loro territori, sostituendosi al comando di ciò che rimaneva di quello che fu il califfato di Cordova.

Aria di guerra.

Accadde così che il sovrano della taifa di Cordova, sentendo aria di guerra, decise di allontanare la sua sposa – la bellissima principessa Zaida, originaria della taifa di Siviglia – dalle fortezze del capoluogo.

La inviò, pare con un discreto tesoro, a un castello distante alcuni chilometri.

Era la fortezza di Almodóvar del Río, come chiamiamo oggi la località.

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Almodóvar del Río.

Il castello di Almodóvar del Río, che tuttora domina le pianure alimentate dal grande fiume – il río Guadalquivir – fu eretto nei primi anni della dominazione musulmana, in pieno Ottavo Secolo.

Divenne roccaforte cristiana solo nel Duecento e continuò a crescere: si espanse, consolidò e dal suo recinto vennero alzate nuove torri.

Fino alla conquista delle terre del regno di Granada, fu un importante avamposto militare di frontiera.

Successivamente, perse importanza e iniziò un lento declino che si protrasse per secoli.

Agli inizi del Novecento il suo proprietario, il Conte di Torralba, decise di rimettere in sesto le sue rovine, commissionando un’importante opera di restauro che prevedeva vistose ricostruzioni medievaleggianti.

Questo possente monumento è stato lo scenario di numerosi film e recentemente l’abbiamo visto in una nota serie televisiva fantasy, tra spade, troni e draghi.

I fotogrammi di questa serie di successo, che ha rappresentato un grande richiamo turistico per il paesotto a una trentina di chilometri da Cordova, sono stampati e ben visibili lungo il percorso di visita della fortezza.

La sagoma turrita del castello, che si staglia dalla sua collina contro il cielo della sconfinata vallata, appare in tutta la sua maestosità già da chilometri di distanza.

È il castello delle favole, l’archetipo della fortezza medievale.

Questo continuo richiamo alle forme medievali era proprio l’obiettivo del profondo restauro di un secolo fa, mirato ad accentuare oltremodo l’aspetto antico del castello.

Forse un po’ meno autentico di molte altre rocche andaluse, consumate dal tempo, la fortezza di Almodóvar del Río custodisce, intrappolate dai suoi giovanissimi merli, storie e leggende antiche di regni perduti, amori distrutti, ed epiche guerre.

La caduta di Cordova.

Torniamo all’Undicesimo Secolo e alla nostra Zaida, che udiva il clamore della guerra, ormai sempre più vicina, dalle sue stanze.

Cordova venne assediata e cadde nell’anno 1091.

Durante l’assalto degli Almovaridi, il governatore della città venne ucciso, non prima di essere riuscito a mandare un messaggero con la sua richiesta di aiuto al suo rivale cristiano: il re castigliano Alfonso VI.

In questo preciso momento, con il governatore morto, il messaggero in viaggio e Zaida con le orecchie tese alle notizie dal fronte, storia e leggenda si separano.

La leggenda di Zaida.

Da un lato c’è la leggenda: venuta a conoscenza della morte del suo consorte, l’inconsolabile principessa Zaida – disperata – smise di nutrirsi e si lasciò morire.

La data della morte di Zaida è fissata il 28 di Marzo e proprio quel giorno, ogni anno, il suo fantasma – lo spettro della Encantási lascerebbe avvistare tra i merli del castello di Almodóvar del Río.

La cittadina celebra ogni anno questa presunta data con una serie di eventi, tra cui lo Zoco de la Encantá: un mercato (la parola “zoco” indica i mercati delle città arabe) nei pressi della fortezza, con banchi di artigiani, spettacoli ed eventi.

La scorsa edizione della manifestazione ha attirato a Almodóvar del Río più di diecimila curiosi e turisti.

Lo zoco è anche l’occasione per assistere alla rappresentazione teatralizzata della commovente storia e della fine della principessa mora.

La Zaida della storia.

Storia o racconto popolare che sia, Zaida – o Zayda – finì per morire, ma probabilmente non come riporta la leggenda.

Il re Alfonso VI accolse infatti la richiesta di aiuto della corte di Cordova, mandando il suo più valoroso e celebre eroe, niente meno che Alvar Fáñez, con un nutrito esercito, a difendere la roccaforte che proteggeva la principessa.

Nonostante l’intervento militare castigliano, le truppe degli Almoravidi travolsero i cristiani e Almodóvar del Río – e successivamente Siviglia – faranno la stessa fine della vicina Cordova.

Alvar Fáñez riuscì però a mettere in salvo Zayda, sottraendola alla violenza dell’assalto e scortandola fino a Toledo – riconquistata pochi anni prima – dove la condusse al cospetto del re.

Regina o concubina.

La cronaca ora si fa confusa: sembra che tra i due nobili nacque l’amore, e che il re finì per sposare la colta e affascinante cordobesa.

Zayda si convertì al cristianesimo, facendosi battezzare con il nome di Isabel.

Si discute ancora se la nobile mora abbia davvero assunto il ruolo di regina o se il legame tra il monarca e la nostra Zayda non sia mai stato ufficializzato con un regale matrimonio.

I due ebbero un figlio, l’infante Sancho Alfónsez, destinato a divenire l’erede della corona di Leon e Castiglia.

La storia aveva altri piani per l’imberbe Sancho: morì giovanissimo in guerra, nel corso di una nuova battaglia contro gli Almoravidi.

La sua morte aprì la strada alla reggenza di Doña Urraca di Leon.

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Zaida morì, questa volta e probabilmente per davvero, per le complicazioni di un parto, e fu sepolta in terre leonesi, ben lontana dal castello del suo leggendario, struggente ed improbabile primo decesso.

Non siamo certo esperti di fantasmi, soprattutto se legati a sepolcri non andalusi, ma non possiamo escludere con certezza, per i lettori a cui piace credere a questi racconti, che lo spirito della nostra principessa cordobesa non disdegni di apparire, almeno per qualche ora dei miti Marzi del Sud, nel castello dal quale vide collassare il suo regno e le sue fortune.

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