Il castillo de la Estrella di Teba fu lo scenario della postuma crociata andalusa del re scozzese Robert I Bruce e del suo fedele cavaliere Sir James Douglas.

Castillo de Teba
Mappa_Teba
Il voto di un re.

Questo racconto comincia in un tempo ed in un luogo lontani. Lontani dal calore e dalla storia dell’Andalusia, ma finirà per intrecciarsi con entrambi.
Siamo nella Scozia del quattordicesimo secolo. Un re è sul letto di morte e manda a chiamare uno dei suoi uomini fidati per assegnargli una missione importante.

Il re è Robert I Bruce. Aveva passato la sua vita a combattere gli inglesi per l’indipendenza delle terre scozzesi. Ora, in fin di vita, ha un solo desiderio: compiere un voto fatto e combattere una Crociata, toccando il sacro suolo della Terra Santa. Ma sta morendo.

Castiglia e Granada.

La cortina di ferro medievale vedeva fronteggiarsi l’Europa cristiana ed il grande e diverso mondo dei popoli musulmani. L’obiettivo ultimo di re e cavalieri europei era la liberazione di Gerusalemme, la città santa. Il premio era un accesso preferenziale al paradiso. Est contro Ovest quindi, Nord contro Sud.

Le nostre terre andaluse, nell’estremo occidente europeo, erano un amalgama di questi mondi.

I regni iberici del Nord spingevano per conquistare gli ultimi brandelli di ciò che un tempo era stato il grande Al-Ándalus. Rimaneva da prendere l’influente emirato nazarí di Granada, che si estendeva – ormai circondato da castigliani ed aragonesi – dallo Stretto di Gibilterra alle terre d’Almeria.

Il cuore del re impavido.

Ma torniamo nella piovosa Scozia. L’anno è il 1329. Al cospetto del re morente c’è il fidato Sir James Douglas, che aveva a lungo combattuto al fianco del suo sovrano contro gli invasori inglesi e contro i suoi avversari politici. La missione è chiara: alla mia morte, non avendo potuto combattere una Guerra Santa, porta almeno il mio cuore a Gerusalemme ed i miei peccati saranno perdonati.

Il cuore del re viene estratto dal corpo senza vita del monarca, imbalsamato e sigillato in una teca che da quel momento sarà portata al collo dello stesso Douglas.

Con un manipolo di sei fedelissimi e una piccola truppa di scudieri si imbarca per esaudire l’ultimo desiderio del suo sovrano.

Destinazione: la Terra Santa, il Santo Sepolcro.

Il viaggio di Douglas.

Douglas ed i suoi si imbarcano: prima tappa le Fiandre, dove Douglas scopre che il papa aveva promosso le scaramucce tra castigliani e granadini al rango di guerra santa, con i tutti i benefici ultraterreni che ne conseguivano.

Navigano poi lungo la costa della Spagna atlantica e costeggiano il Portogallo in direzione dello Stretto. Da lì sarebbe stato Mediterraneo e poi dritti fino al Medio Oriente.

Decidono però di fare una deviazione. Imboccano il fiume Guadalquivir e lo risalgono fino alla città di Siviglia, gioiello della corona di Castiglia dal 1248.
Che fosse per fare provviste per il lungo viaggio, o per un rapido aggiornamento sulle tecniche di guerra dei Mori – che i castigliani combattevano da secoli – il piccolo esercito scozzese viene ricevuto a corte.

Una Crociata a portata di mano.

Alla corte del re di Castiglia Alfonso XI poco serve per convincere l’ardimentoso Douglas e i suoi uomini che per la guerra santa non era necessario arrivare fino all’Asia: se ne stava combattendo una ai confini del Regno di Castiglia, a pochi chilometri da dove si trovavano in quel momento.

Per prendere Granada era necessario far cadere la gigantesca roccaforte nemica di Teba che vigilava il fronte. Gli eserciti delle due fazioni erano già schierati. Si stava per dare il via all’assedio del castillo de la Estrella, e Douglas ed i suoi uomini erano i benvenuti tra le fila castigliane.

Il castello di Teba: el castillo de la Estrella.

Lo si vede da lontano, appollaiato su un alto colle. Non un albero: solo la sagoma della fortezza, il cielo ed il volo degli avvoltoi.

Intorno un territorio immenso: il castello scruta una porzione di Andalusia che va dai campi di Antequera ai primi rilievi della Serranía de Ronda.

Due recinti fortificati, dai quali si innalzavano ben 18 torri. Ai suoi piedi la cittadina di Teba: un’altra scala, perché sul colle c’è solo silenzio, sole e rovine, tra cui le tracce a terra di una chiesa perduta.

Una torre integra svetta sulle pietre sgranocchiate dal tempo: la restaurata Torre del Homenaje. Al suo interno un piccolo museo dove guide esperte ci raccontano volentieri la storia di quelle pietre e le battaglie che hanno visto combattere.

E’ una fortezza enorme: la seconda della provincia di Malaga, un nodo strategico per il controllo del territorio e cruciale per le sorti della Reconquista.
Già prima degli eventi di Alfonso XI e Sir Douglas il castello, di origine almohade, aveva visto svolgersi gli eventi della ribellione di Omar ben Hafsún e la sua sfida al grande califfato di Cordoba, la città-gioiello di Oriente ed Occidente.

Lo scontro.

Esperti di guerra agli inglesi, gli indomiti cavalieri scozzesi si ritrovano a dover fronteggiare degli avversari astuti e dalle tecniche raffinate, spesso basate su estenuanti attese e su tranelli psicologici. Uno di questi era fingere la ritirata, per farsi inseguire e circondare in seguito il nemico.

E così fecero i granadini. I castigliani conoscevano bene queste mosse, e lasciano fare, impassibili. Gli infiammati scozzesi invece ci cascano in pieno: tutti dietro al nemico. Nel bel mezzo dell’inseguimento devono aver visto i fuggitivi voltarsi con le armi in pugno e comparire alle loro spalle una nuova linea di soldati nemici.
E’ una strage.

Parole da leggenda.

La leggenda vuole che Douglas, finalmente nel bel mezzo di una battaglia contro coloro che considerava infedeli, e con il cuore del suo amato re al collo, si sia strappato di dosso la teca d’argento e – lanciandola nella mischia davanti a sé – abbia urlato urlato: “Vai, cuore impavido ed io ti seguirò o morirò!”.

E muore; Douglas muore.

Brave Heart.

Lontano dalle versioni hollywoodiane del medioevo scozzese, lo storico Isidoro Otero Cabrera ci racconta che l’uomo appellato “Brave Heart” (cuore impavido) non fosse lo zazzeruto e gibsoniano William Wallace, ma lo stesso bellicoso re Robert I Bruce, capace in vita di strappare agli inglesi l’indipendenza per il suo regno ed il suo popolo.

Quello stesso cuore – rivestito di argento e smalti – giace ora nel mezzo del campo di battaglia, ai piedi del castello di Teba, in terra andalusa, accanto al cadavere del suo fedele James Douglas.

Il viaggio di ritorno di Douglas e Robert.

Entrambi torneranno in Scozia. Le ossa di Sir Douglas verranno separate dalla carne, com’era uso fare ai quei tempi. Le prime verranno seppellite nella sua Scozia mentre la seconda, non adatta al lunghissimo viaggio di ritorno, saranno interrate in terra consacrata ed andalusa.

Dopo secoli di oblio, nell’anno 2003, viene ritrovata nella vicina Alora – città ad una quarantina di chilometri da Teba – una lapide medievale rappresentante una croce celtica che poco aveva in comune con l’estetica locale e che con ogni probabilità deve aver onorato i resti andalusi dell’eroe scozzese.

Anche il suo re, o meglio il suo cuore- dopo la sua piccola e postuma Crociata iberica – raggiungerà la sua Scozia, dove verrà interrato nell’abbazia di Melrose.

Dopo la battaglia.

Il castello di Teba viene infine conquistato dalle truppe di Alfonso XI e dei suoi alleati, ed il fronte della guerra arretra. Per la presa finale di Granada e la fine politica di quello che era stato Al-Ándalus mancherà ancora più di un secolo e mezzo.

Nel frattempo Alfonso XI continuerà a rosicchiare territori a Granada, conquistando l’area dello Stretto e unificando sotto la corona di Castiglia terre ed acque tra Mediterraneo e Atlantico.

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