Nei nidi dimenticati del quebrantahuesos — il gipeto, suo malgrado un archeologo del Mediterraneo — si è scoperto un archivio inatteso di storia naturale e umana.

Quebrantahuesos Arqueólogo
Mappa_Granada
Nuovamente il quebrantahuesos.
Non molto tempo fa scrivevamo di un rapace scomparso per decenni e poi pazientemente riportato nei cieli andalusi, grazie allo sforzo di un centro di recupero in provincia di Jaén.
Si tratta del quebrantahuesos: l’avvoltoio rompiossa che in Italia chiamiamo gipeto.
Solo ora si è scoperto che il grosso e riservato pennuto è stato per secoli l’inconsapevole custode di reperti utili a analizzare la storia, e le storie, delle popolazioni umane con le quali ha condiviso i suoi territori.
Un laboratorio naturale.
Un gruppo di ricercatori della Universidad de Granada, in collaborazione con l’Instituto de Investigación en Recursos Cinegéticos, ha studiato i nidi abbandonati dei nostri quebrantahuesos iberici.
Questi nidi, costruiti con perizia in inaccessibili anfratti e pareti rocciose del sud della Spagna, si sono rivelati degli autentici musei naturali: luoghi in cui si sono conservati per secoli materiali organici e oggetti sottratti alla storia delle generazioni umane delle vicine campagne, per divenire materiale da costruzione.

L’indagine, pubblicata nel settembre del 2025 sulla rivista scientifica Ecology, racconta di come la specie, prima della sua decennale scomparsa, abbia involontariamente custodito un archivio unico della storia ambientale e culturale mediterranea.

L’indagine sul campo.
Il ricercatore Sergio Couto del Laboratorio di Archeologia Bioculturale dell’Università di Granada (MEMOLab-UGR) ha localizzato oltre cinquanta nidi storici, analizzandone ben dodici con metodi non diversi da quelli utilizzati per lo studio degli scavi archeologici.
Le ricerche, svolte tra il 2008 e il 2014, hanno coinvolto anche abitanti locali e naturalisti.
Sono stati recuperati più di duemila reperti di vario tipo, essenzialmente frammenti ossei di ungulati e di gusci d’uovo, di cui i pennuti vanno ghiotti.
Ma il dato più sorprendente è che il 9% dei resti ritrovati era di origine umana di varia provenienza ed età: porzioni di tessuto, cuoio, corde, oggetti di sparto, una scarpa del tredicesimo secolo, un frammento di pelle dipinta e perfino una freccia di balestra.
Memoria bioculturale.

Oltre al loro valore ecologico, questi materiali hanno un forte interesse etnografico e bioculturale.

Gli oggetti di origine umana raccolti, preservati nei secoli dalle condizioni microclimatiche e di inaccessibilità dei nidi di gipeto, presentano analogie con quelli rinvenuti in grotte abitate in epoca neolitica, suggerendo una continuità nell’uso di fibre vegetali nel Mediterraneo.

I gusci d’uovo, inoltre, offrono dati preziosi per studi tossicologici comparativi che potrebbero aiutare a comprendere le cause della scomparsa locale del maestoso rapace, decimato da veleni e pesticidi.

Il nostro quebrantahuesos, finalmente riapparso nei cieli andalusi ed europei, si sta rivelando essere un insolito archeologo, custode involontario di secoli di preziosa memoria naturale e umana.

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