I motes: i soprannomi degli abitanti dei pueblos andalusi tra storia, tradizione e curiosità.


Motes e apodos.
Una peculiarità piuttosto divertente – ad occhi alieni – della vita dei pueblos spagnoli, è l’immancabile uso di motes per rivolgersi ai propri concittadini.
I motes sono soprannomi, chiamati anche apodos, e identificano persone, famiglie, stirpi.
Le città, i pueblos e i motes.
Immaginiamoci lontani dai frenetici centri del business o dalle scie dei tour turistici delle grandi città, come Madrid e Siviglia, dove in molti vanno e vengono ed in pochi sono davvero di lì.
In questi ecosistemi mutevoli i soprannomi di un tempo vengono diluiti dallo sciamare della gente e delle generazioni: bisogna al limite esaminare le dinamiche del barrio, il quartiere, per ritrovarli.
Nei piccoli centri l’uso dei motes è considerato ancora oggi la normalità.
I motes nella cultura popolare.
Riconoscersi attraverso i soprannomi è un’abitudine comune nella Spagna popolare.
Trasmissioni televisive e film ne fanno decisamente un ampio uso.
Tralasciando la recente serie “La casa de papel” in cui il soprannome era un indispensabile strumento di lavoro dei protagonisti, ne troviamo tanti nella divertente ed epocale “Aqui no hay quien viva”, dove i personaggi si rivolgono l’un l’altro con apodos quali “la Chunga”, “la Hierbas”, “La Golfa”, che vorrebbero riassumerne il carattere o le abitudini.
Il Manolito del quartiere madrileño di Carabanchel Alto della scrittrice Elvira Lindo era conosciuto nel barrio– e quindi da tutti i lettori delle sue vicende – come Manolito Gafotas (più o meno “Quattrocchi”). Per non parlare del soprannome con cui Manolito chiama il suo fratellino.
Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi riscontrabili sulle pagine e gli schermi spagnoli.
Trebujena e Chirivel.
Ci sono due pueblos della nostra Andalusia che non possiamo non citare in questa passeggiata tra i soprannomi iberici: Trebujena e Chirivel.
Trebujena (Cadice).
In questo paesotto di circa settemila abitanti – non lontano dalla foce del fiume Guadalquivir- si contano non meno di 800 motes. Sono stati elencati, in circa quindici anni, da una trebujenera: Josefa Galán, che risponde al soprannome di Fifi e che si è prodigata a dividere la sua lunga lista in categorie.
Infatti, come ci spiega el Diario de Cadiz in un articolo che ha l’ardore di appellare (appunto) Trebujena come la capitale mondiale dei soprannomi, ci sono motes che rimandano a piante o animali, caratteristiche fisiche, appartenenze geografiche, cibi e naturalmente a professioni svolte dalla persona in questione o da un componente della sua famiglia.
L’articolo (in spagnolo), oltre a fornirci esempi divertenti di questi soprannomi, ci spiega che a Trebujena tutti sono in qualche modo collegati ad un mote, personale o legato a qualche avo o componente della famiglia.
Chirivel (Almeria).
Saltando all’altro capo d’Andalusia, nell’entroterra almeriense esiste un paesino ancora più piccolo nel quale – circa vent’anni fa – niente meno che il sindaco in persona decise di stilare un elenco telefonico che enumerasse i suoi cittadini non per nome e cognome, ma per soprannome.
Stando a quanto riportato dal Diario de Almería, gli abitanti di Chirivel apprezzarono l’iniziativa a tal punto da preferire il nuovo elenco a quello convenzionale.
Del resto, ora che gli elenchi telefonici sono un ricordo di un passato recente, quanti di noi non hanno salvato sul cellulare almeno un contatto sotto il suo soprannome?
Motes, in generale.
Come accennato per la lista di Trebujena, i soprannomi possono avere diverse caratteristiche:
- possono essere legati ad una singola persona, ed eventualmente essere trasmessi a membri della sua famiglia (“il figlio di”…, “il nipote di”… eccetera).
- designare un’intera famiglia, spesso per generazioni.
In entrambi i casi i motes possono trarre origine da:
- professioni, che nei pueblos spesso vengono ereditate di generazione in generazione.
- peculiarità fisiche – proprie o di avi- che sono forse i motes più antipatici, ma spesso accettati. Vanno dal colore dei capelli, a difetti evidenti, a proporzioni insolite di parti del corpo.
- provenienza. In comunità uniformi e compatte, venire da fuori, o andarsene e tornare, spesso ha offerto spunti per un nuovo soprannome.
- contrari rafforzativi. Come chiamare “El Guapo” il più brutto del paese, o “El Feo” al più attraente.
- imprese mirabili o bizzarre. Sempre il Diario di Almería racconta la tragica e divertente storia di un medico del paese di Bédar, che spesso indossava un elegante mantello. Alla ripetuta domanda “perché porta un mantello?” il medico aveva cominciato a rispondere “per volare all’ambulatorio quando sono in ritardo”. Per qualche ragione sembra che quella risposta ironica gli si sia ancorata addosso fino al giorno in cui provò davvero – senza successo- a volare. Al defunto fu appioppato il nome di “El Volaor” (il Volatore) e la sua famiglia passò ad essere nota come “Los Volaores”.
I motes nel mondo flamenco.
Nella galassia dei soprannomi iberici rientrano anche, seppur con regole tutte loro, i motes del mondo flamenco, come ci ricorda questo articolo di ABC.
Cantaores e cantaoras spesso sono conosciuti con appellativi conquistati durante la loro gavetta musicale.
Il più famoso di questi soprannomi è probabilmente quello di José Monje Cruz, universalmente noto con il mote di Camarón de la Isla, in cui il camarón è un gamberetto di colore chiaro – come i capelli e la carnagione del giovane José – e la Isla è la sua città di San Fernando, separata dalla terraferma da paludi e canali.
Sono motes che accompagnano un artista per tutta la vita. È celebre quello della sivigliana La Niña de los Peines (la bambina dei pettini), una delle più monumentali figure del flamenco, che ricevette questo nome a otto anni per non abbandonarlo neppure in letto di morte, più di settanta anni più tardi.
Un altro soprannome flamenco, assegnato sul palco ad un ragazzino di Malaga, risuonerà per tutta la Spagna durante la seconda metà degli anni Novanta. Quel bambino, ormai sessantenne, che raccontava la barzellette (chistes) nella prima serata della televisione spagnola, era don Gregorio Esteban Sánchez Fernández: in arte Chiquito de la Calzada (“il ragazzino del quartiere della Calzada di Malaga”).
Scherza con i fanti…
Altri esempi notabili, legati alla nostra terra, toccano addirittura i re.
Abbiamo già scritto di Pedro Primo di Castiglia che, folgorato dalla Siviglia dei re mori, decise di ampliare l’Alcázar della città nello stile di Al-Ándalus, creando la meraviglia che possiamo visitare oggi. Bene, lui veniva chiamato El Cruel (il Crudele). Suo padre, che a sua volta aveva fatto costruire l’adiacente Palazzo Gotico, era noto come Il Giustiziere.
Qualche secolo dopo il nome della regina Isabella Prima di Castiglia – che entrerà da vincitrice nella Granada ultimo baluardo di Al-Ándalus e che appoggerà l’avventura per mare di Cristoforo Colombo – diverrà inscindibile dal mote “La Catolica”.
… ma lascia stare i santi?
Persino le veneratissime immagini sacre che popolano le chiese della regione e sono protagoniste delle romerie e della Semana Santa hanno soprannomi.
La Virgen del Rocío è nota come la Blanca Paloma (la colomba bianca).
La più celebre statua raffigurante Gesù della città di Jaén è invece popolarmente conosciuta come El Abuelo (il nonno).
I romani.
L’articolo di Diario Sur fa risalire questa passione spagnola per i motes ai tempi dei romani, che grande importanza ebbero in questa regione d’Europa. Cita imperatori come Caligola, al secolo Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, o Plinio il Vecchio. Si azzarda – per rimanere in quegli anni lontani e rifacendosi ai motes di provenienza – a tirare in ballo anche Gesù, detto il Nazareno.
La storia va avanti almeno dai tempi di Tarquinio il Superbo.
Edifici con apodos.
Anche gli edifici andalusi possono avere dei motes.
Il campanile più celebre di Spagna – quello della cattedrale di Siviglia – è universalmente conosciuto come La Giralda. Questo nomignolo deriva dell’enorme banderuola che sostiene: El Giraldillo che – come suggerisce il suo nome – gira con il vento.
Per rimanere in tema di edifici famosi, il sistema di palazzi e fortificazioni de La Alhambra di Granada trae il suo apodo dalla parola araba “al-Gal’a al-Hamrá” che – come ci spiega la Junta de Andalucía– significherebbe “la fortezza rossa”. E rossa appare davvero, osservandola dall’Albaicín, abbracciata dalle luci del tramonto.
Riassumendo.
Il mote, apodo o – in italiano – soprannome è un elemento cruciale della vita andalusa.
Si aggrappa a persone, famiglie, artisti, edifici, sportivi, personaggi storici.
Nei pueblos è parte della vita di tutti i giorni e delle normali relazioni tra gli abitanti, mentre nelle città più grandi regola la vita di quartiere.
Nell’intrico di vie del centro storico della Siviglia di qualche anno fa, per citarne uno, esisteva il compianto bar di “Pepe El Muerto”. Era un locale senza insegna, né menù, né orari precisi che prendeva il mote del suo proprietario. Un posto per l’anima, più che per il quartiere. L’importante era non farsi sentire chiamare così bar e locandiere.
Accettazione.
Esiste una sottile linea che permette al mote di attecchire: è quella che divide il soprannome dall’insulto. Altri ingredienti essenziali sono il rispetto, un po’ di affetto, tanta confidenza ed una manciata abbondante di autoironia.
Avere ed accettare un mote significa essere parte di una comunità, e spesso non si può fare altra cosa che hacer de tripas corazón: fare buon viso a cattivo gioco.
Link, fonti e proposte
Dato che questa settimana abbiamo incastrato link e fonti nel procedere dell’articolo, useremo questa sezione per condividere una variegata miscela di informazioni più o meno legate al mondo dei motes.
- In questo video della televisione spagnola possiamo ascoltare un divertente successo degli anni Ottanta. Il personaggio di “¿Y Tú de Quién Eres?”, mentre attraversa il pueblo alla ricerca di un paio di scarpe, si sente ripetere all’infinito da un’anziana signora la domanda più tipica di tutte: “e tu di chi sei”. Ovvero: di chi sei figlio. Il contesto è lo stesso di quello trattato nell’articolo: una piccola comunità in cui tutti si conoscono, ovvero la coltura ideale per la nascita di motes. “El de la Maruja”, per esempio. Nella canzone viene anche citato, per pura casualità, il comune di Trebujena.
- Questo articolo del Diario Sur tratta invece delle possibili origini dei soprannomi dati agli abitanti di una particolare città o pueblo.
- Chirivel si conosce, più che per i suoi soprannomi, per una statua romana rinvenuta nel suo territorio comunale. Esposta al Museo di Almería, “El Chirivello”– guarda caso una statua con un mote – raffigura un giovane Bacco rimasto senza braccia che posa accanto a quello che resta di un grosso felino.