L’inverosimile – ma documentatissima – storia della cattura dell’uomo pesce della Baia di Cadice, che sapeva dire solo una parola: Liérganes.

El Hombre-pez Liérganes
Mappa_Cadice
Anfibi misteriosi.

Questa è l’incredibile storia dell’avvistamento e della cattura di un uomo-pesce nella Baia di Cadice.

Un po’ di contesto: siamo nel Seicento della Spagna barocca. Il 1679, per la precisione e – nello specchio di mare abbracciato dal pueblo di Rota e dall’antica città di Cadice – alcuni pescatori credono di avere avuto delle allucinazioni.

Una sorprendente creatura marina viene avvistata ripetutamente in acqua.

Non una foca, e sicuramente non un pesce, ma nemmeno esattamente una persona.

La cattura dell’uomo-pesce.

La notizia si diffonde e gli uomini di mare della baia si armano di ingegno e pazienza per dare la caccia al presunto mostro.

Come si farebbe per le anatre o le carpe, i marinai riescono a stanarlo attirandolo con del pane e lo catturano con le loro reti da pesca.

All’issarlo a bordo, la coraggiosa ciurma si ritrova a fissare una creatura grande come un uomo corpulento, vagamente simile a una persona, ma con tratti di chiara ittica provenienza.

Braccia e gambe sì, ma squame sul collo, sulla pancia e sulla schiena. Dita, sicuramente, ma delle unghie non rimaneva che un accenno.

I pescatori sono confusi: si trovavano di fronte a un pesce mai visto, a un essere mitologico o demoniaco, oppure a una persona dall’aspetto bizzarro caduta in acqua?

Al convento.

Rimaneva da decidere cosa fare del bottino della loro sensazionale pesca.

È il Seicento, come dicevamo, e l’idea migliore per quei tempi era affidare il prodigio della baia ai monaci di un convento, che avrebbero saputo cosa farne.

L’uomo-pesce viene dunque trasportato sulla terraferma e affidato ai religiosi del convento di San Francesco.

Qui, la povera creatura viene esorcizzata – non sia mai che lo squamoso anfibio fosse un inviato degli inferi – e interrogata in ogni lingua conosciuta.

Muto come un pesce.

Perseverando, i monaci finalmente ottengono dal loro curioso ospite una unica, misteriosa parola: Liérganes.

Nient’altro.

Liérganes.

Nel già disorientante clima del convento si diffonde ulteriore frenesia: Liérganes? Che lingua è? Cosa vuol dire?

Nessuno sembra saperlo, e le voci dell’unica parola del mostro degli abissi si spargono e propagano per le terre gaditane.

Un marinaio della baia, un tale proveniente dalle atlantiche terre del nord iberico, apre uno spiraglio di speranza nel mistero.

Liérganes è il nome di una cittadina della Cantabria, all’altro capo della penisola.

L’indizio viene confermato niente meno che dal segretario della Santa Inquisizione, tal Domingo de la Cantolla, originario proprio del pueblo cantabro.

La logica vuole che, nel momento in cui si pesca un uomo-pesce in grado di pronunciare una sola parola, e che questa sia un toponimo, si affidi la creatura a un frate volenteroso affinché la scorti fino alla suddetta località.

Così avviene.

Dopo un lungo viaggio i due giungono a pochi chilometri dal paese e al silenzioso sirenotto viene lasciato condurre il cammino.

Apparentemente ben consapevole di dove fosse, e con il religioso a pochi passi di distanza, il giovane arriva diretto ad una casetta del centro, dove viene riconosciuto dalla madre, María de Casar, e dai ritrovati fratelli.

Francisco De la Vega Casar.

Francisco: questo il nome del ragazzo, scomparso dopo una nuotata con gli amici nel locale fiume Miera.

Per la cronaca: in alcune versioni del racconto – sorprendentemente ben documentato da testimonianze storiche – viene aggiunta una nota soprannaturale.

La madre di Francisco, stanca dell’indomabile passione del figlio per il nuoto e per l’acqua, al vederlo sempre a mollo nel fiume con i vestiti sparpagliati lungo le sponde, un giorno deve avergli ordinato di tornare a riva.

Il testardo Francisco non voleva saperne.

Sembra quindi che la signora María gli abbia urlato – esasperata – un fulminante “Así te vuelvas pez!” (più o meno “che tu possa trasformarti in pesce!”).

Cosa che, tempo dopo, accadde.

Scaglie e squame.

In realtà il racconto ha poco a vedere con maledizioni e metamorfosi.

L’umanissimo ragazzo deve essere stato vinto dalla corrente e trascinato per chilometri in direzione dell’oceano.

Cosa accadde dopo possiamo solo immaginarlo.

Che si sia trasformato in un uomo-pesce a seguito della maledizione della madre non appena toccata l’acqua salata, per poi vagare per anni per le coste oceaniche fino alle acque andaluse, o che, giunto ad un porto, si sia imbarcato per lavorare come marinaio ed essere catturato mentre faceva un bagno ristoratore, non possiamo saperlo.

Che le escrescenze documentate sul suo corpo fossero delle vere scaglie da pesce o delle asperità della pelle causate dall’acqua marina, nessuno può chiarirlo.

La terraferma.

Si scrive di lui che il suo aspetto sarebbe ritornato interamente umano col passare di un bel po’ di tempo sulla terraferma: la pelle meno grinzosa, qualche parola di quando in quando, ma poche interazioni con i concittadini, e spesso lo sguardo perso nel vuoto, assente.

Se gli si davano vestiti li indossava, altrimenti non aveva alcun problema a camminare completamente nudo, come un pesce.

Fatto sta che, dopo essere rimasto per una decina d’anni nella sua Cantabria natale, don Francisco De la Vega Casar scompare nuovamente senza lasciare traccia.

La leggenda narra che l’uomo-pesce pescato nella baia di Cadice – che era molto uomo e poco pesce – abbia raggiunto il mare, per non tornare mai più.

Link, fonti e proposte