L’Isola di Alborán: un minuscolo frammento d’Andalusia tra le onde del mare.

L'Isola di Alborán
Mappa_Isola di Alborán
Il punto più meridionale.

Oggi parleremo del punto più meridionale d’Andalusia.

Ma certo, tutti sanno quale sia: è Tarifa, dove Mediterraneo e Atlantico si toccano, dove Africa e Europa si scrutano da vicino.

Quell’isolotto – la Isla de Las Palomas – proteso nello Stretto di Gibilterra. Unito al continente da uno stretto istmo, segnala l’ultimo lembo della penisola iberica.

Vento, onde, mare e cielo.

In mezzo al mare.

Ma ci spingeremo ancora un po’ più in là, un po’ più a sud.

Nel bel mezzo del Mare di Alborán (l’ultimo tratto del Mediterraneo in cui le coste andaluse e africane si avvicinano prima di divenire oceano), c’è un isolotto, che poi sono due.

L’isola di Alborán.

Non sono enormi: il più grande dei due, l’isola di Alborán – che dà il nome a tutto quel settore del Mare Nostrum – ci starebbe comodamente nel Parco Sempione di Milano, tra l’Arco della Pace e il Castello Sforzesco.

Oppure tra Piazza San Pietro e la sponda destra del Tevere.

Lunga seicento metri e larga duecentocinquanta, è una piattaforma naturale di rocce spinte verso la superficie marina da ere di sollevamenti vulcanici.

Sotto questi antichi magmi, un universo marino nasconde una turbolenta faglia, il fronte degli scontri tellurici tra la placca africana e quella euroasiatica.

La sua scogliera verticale emerge dalle onde come una muraglia alta una decina di metri, concedendo solo due piccole spiagge per l’attracco delle barche.

La sua superficie è brulla e spazzata dai venti e dal sale.

Las nubes e i gabbiani.

La seconda isola è minuscola e disabitata: è poco più di uno scoglio governato dai gabbiani.

E’ el Islote de las Nubes, l’isolotto delle nubi, addormentato a un centinaio di metri dalla sorella maggiore.

Gli abitanti.

Esclusi uccelli e invertebrati (non ci sono mammiferi, rettili o anfibi) meno di una dozzina di persone vivono contemporaneamente in questo remoto avamposto andaluso.

Dalla fine degli anni novanta una squadra di militari, personale di supporto e ricercatori, è stabilmente presente ad Alborán.

Vivono qui a turni di tre settimane.

Vista la sua posizione, l’isola è stata più volte lo scenario di salvataggi di migranti che tentavano l’attraversamento del Mediterraneo e che venivano temporaneamente ospitati nella caserma prima di essere trasferiti.

Corsari.

Covo dell’efferato corsaro Mustafá Ben Yusuf el Magmuz ed Din e dei suoi uomini, da qui i pirati salpavano all’attacco di navi e coste, terrorizzando – come già faceva la Malika di questo nostro vecchio articolo  – le onde di questo tratto di mare.

Tunisino al soldo dell’impero ottomano, il nostro corsaro era soprannominato – a causa della sua ferocia – Al Borani che, come riportano diversi quotidiani, significherebbe “tormenta”.

Da questa terribile tormenta proverrebbe il nome dell’isola e di tutta l’acqua che la circonda e che bagna le attuali Spagna, Marocco, Algeria e Gibilterra.

In realtà denominazioni molto simili compaiono in carte nautiche antecedenti alla nascita del temibile corsaro.

Nella mappa della duecentesca Carta Pisana appare, esattamente dove ci si aspetterebbe di trovare la nostra isola, un puntino denominato Arborame.

Appare più probabile che fosse il corsaro a essersi guadagnato il soprannome dalla lunga permanenza sull’isola.

Alborán spagnola.

Nel Cinquecento, epoca delle grandi scoperte e conquiste della penisola iberica, Alborán diventa spagnola.

E’ Bernardino de Mendoza, militare al comando de la Armada de las Galeras de España, a strappare questo dimenticato pezzo di terra alla flotta turca che imperversava nel Mediterraneo.

Mendoza sconfigge gli uomini dell’invincibile corsaro e comandante ottomano Barbarossa, appropriandosi degli scogli dei nostri racconti.

Il faro.

Il silenzio sull’isola dura secoli: per rivedere il suo primo abitante stabile Alborán deve aspettare fino a fine Ottocento.

Era il 1876 e viene costruito un faro sulla punta meridionale dell’isola (che non dista molto dalla sua punta settentrionale o da qualsiasi altro suo punto emerso).

Con il faro – che inizialmente era alimentato ad olio d’oliva – giungono fin qui il guardiano del faro, la sua famiglia e qualche animale.
Nel 1907 nasce ad Alborán la prima oriunda alboraniense: Mercedes.

Monaci greci e pescatori russi.

Una curiosa testimonianza racconta che in piena seconda guerra mondiale, nel 1943, mentre il mare era solcato da navi da guerra armate e corazzate e le terre emerse martoriate da bombe e combattimenti, il guardiano del faro dei tempi si vide sbarcare sotto casa un curioso gruppo di persone.

Erano cinque monaci copti provenienti dal Monte Athos in Grecia. Il loro obiettivo? Fondare un monastero.

E ci riuscirono.

In un fazzoletto di terra senza alberi sorse la loro piccola comunità, che prosperò per anni, per poi sparire senza lasciare traccia.

Vent’anni dopo, in piena guerra fredda, le barche in avvicinamento erano invece quelle di un gruppo di pescatori russi, con l’apparente intenzione di occupare la strategica isola mediterranea.

Il minuscolo cimitero.

Sull’isola esiste un minuscolo cimitero.

Annunciato da un piccolo grande arco e circondato da un basso e candido muro, ospita solo tre lapidi.

Ricordano la moglie e la suocera di due differenti custodi del faro e un pilota tedesco, la cui irriconoscibile salma venne trascinata dalle correnti fino a questo lembo di terra emersa.

Coralli, uccelli e cetacei.

A cavallo di due continenti, la grande roccia emersa di Alborán è una tappa gradita nelle migrazioni degli uccelli attraverso il Mediterraneo.

Forse poco sembra accadere sopra la sua superficie, ma le acque intorno all’isola brulicano di vita.

Cetacei, pesci e tartarughe marine sono visitatori abituali dell’area. A partire dai 60 metri di profondità si estendono veri e propri boschi di alghe che danno rifugio a numerose specie marine.

E dulcis in fundo: i fondali sono ricchi di preziosi e protetti coralli.

Dal 1997 terre e acque intorno ad Alborán sono state dichiarate dal governo spagnolo riserva marina e di pesca.

Dal 2003 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente le ha inoltre incluse tra le Zone particolarmente protette di importanza per il Mediterraneo con il fine di proteggerle dalla pesca illegale e a strascico.

L’Almeria lontana.

Seppure disti solo poco più di una cinquantina di chilometri dalla costa marocchina, l’isola di Alborán è amministrativamente una terra di Almería, lontana una novantina di chilometri.

Per individuare la nostra minuscola isola nel mezzo dell’azzurro di una mappa, scrutiamo la linea della costa del Marocco, fino a trovare una piccola penisola in corrispondenza del territorio di Melilla.

Seguiamo la via indicata da questo dito di terra in direzione delle terre andaluse.

Poco più in là vedremo un puntino, l’unico nella vastità delle acque, con il suo faro e la base militare, il suo piccolo porto, e la spianata dell’eliporto.

Un frammento di Andalusia in mezzo al Mediterraneo.

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