Da un gioco in un campo alla teca di un museo: il sorprendente ritrovamento di un idolo preistorico, oggi a Jerez de la Frontera.


Idoli.
Se doveste visitare il museo archeologico di Jerez, alla fine del percorso espositivo vi imbattereste in un cartellone che racconta la storia di un ritrovamento fortuito: una di quelle storie con cui molti di noi, da bambini, fantasticavano, ma che mai si avverano davvero.
Questa è una eccezione.
Nella sezione del museo jerezano dedicata alla preistoria avremmo visto la teca contenente alcune simpatiche e tozze figure, delle sorte di cilindri di pietra, che ci avrebbero a loro volta fissato con i loro minuscoli occhietti: tondini scavati e circondati da una raggiera di linee così simili a delle rughe da dare loro un aspetto vetusto e assonnato. Quasi da gufo dei cartoni animati.
Quei stravaganti cilindrotti sono, in realtà, dei serissimi idoli, scolpiti dai nostri antenati andalusi all’incirca cinquemila anni fa.
Alcuni davano già bella mostra di sé dalle sale del museo da prima degli anni Novanta.
Non tutti, vedremo.
Questa è la storia di uno di loro, unitosi ai suoi divini colleghi cilindrici in un modo poco convenzionale.
Scoperta casuale.
È il 1995 e tre bambini di Torrecera, José Antonio Ibáñez, Miguel Marín e José Manuel Rubio, durante una normalissima giornata di giochi all’aperto, scoprono per caso, tra boschetti di pini e un ammasso di detriti, una strana e buffa pietra che sembra osservarli.
Ci giocano un po’, incuriositi e spaventati dal suo misterioso aspetto vagamente antropomorfo, per poi abbandonarla dove l’avevano trovata.
Nessuno ancora lo sa, ma il loro nuovo compagno di giochi sta per diventare una star locale.
Non molti giorni dopo c’è la gita di classe, proprio al museo di Jerez de la Frontera, che dista una ventina di chilometri dalla minuscola Torrecera.
Al passare davanti alle sculture preistoriche esposte, i tre non possono non notare la grande somiglianza tra l’oggetto del loro ritrovamento e quelle tozze divinità dell’età del Rame e del Bronzo.
Cilindrico e oculato.
Ai giovanissimi amici viene il dubbio che il sasso con cui avevano giocato potesse essere più importante di quanto pensassero.
Parlano della loro scoperta a scuola e, per poter mostrare delle prove della loro teoria, si lanciano alla ricerca della pietra abbandonata nel campo.
La ritrovano e se la portano a casa.
La scuola contatta quindi il museo, affinché i suoi esperti potessero analizzare la tozza figura scolpita.
La pietra si rivelò un ídolo cilíndrico oculado della fine della Neolitico e databile intorno al 2500 a.C.
Il ceppo occhiuto trovato tra i sassi non era nientemeno che la rappresentazione di un dio legato alla natura e al culto della terra.
Come tale, l’effigie era destinata a una ben più degna dimora, spostandosi dalla cameretta di uno dei tre scolari alla teca degli idoli del museo archeologico di Jerez.
Testimonianze di antiche società.
L’idolo ritrovato, di un calcare marmoreo chiaro e levigato, è alto una ventina di centimetri e mostra una composizione di linee incise nella pietra che rappresentano occhi (oppure dei piccoli soli), dei segni che indicherebbero i segni del mento o dei tatuaggi facciali e una sorta di capigliatura resa con dei solchi zigzaganti che proseguono anche sulla parte superiore dell’elemento.
Reperti come quello trovato dai tre ragazzini di Torrecera riflettono le credenze e i rituali delle società neolitica e calcolítica, mostrando un’evidente attenzione al dettaglio, intrisa di simbolismo ideologico e religioso.
Alcuni studiosi ipotizzano che tali oggetti siano legati alla comparsa di élite e alla prime forme di gerarchizzazione sociale.
Non è un caso che idoli come questo, seppur di forma, fattura e materiali differenti, abbondino nei giacimenti archeologici dell’area.
Celebre è quello divenuto uno dei simboli della cittadina sivigliana di Valencina de la Concepción, centro di cui abbiamo più volte trattato per le sue raffinate e organizzate società preistoriche.
Oggi l’idolo di Torrecera è considerato un esempio significativo della sofisticazione artistica e della cultura materiale dell’epoca.
Come scrivevamo, l’occhiuto cilindro di pietra non riposa solo: il Museo Arqueológico de Jerez ne espone anche altri esemplari più o meno simili provenienti da giacimenti vicini, come Mesas de Asta e Cerro de las Vacas.
Un legame con la comunità.
La storia del ritrovamento ha lasciato un’impronta duratura sui tre – ai tempi – imberbi scopritori, che oggi conservano un legame speciale con il Museo di Jerez, a cominciare dal meritatissimo accesso gratuito a vita.
Tornando a Torrecera: l’avventura dei fortunati ragazzini è da allora parte della storia della minuscola località, al punto che paese avrebbe dedicato all’evento della scoperta una piccola piazza (che non siamo riusciti a scovare).
La storia mostra anche come i musei possano essere un potente motore di conoscenza, conservazione e valorizzazione del patrimonio, già noto o ancora da portare alla luce.
Tutti abbiamo sognato di trovare il nostro piccolo idolo di pietra o il nostro osso di dinosauro nel campo dietro casa.
Negli anni Novanta, a Torrecera, provincia di Cadice, è accaduto davvero, e chiunque può leggere di questa piccola grande avventura, esposta appena prima dell’uscita del museo di Jerez de la Frontera, nodo culturale di rilievo in Andalusia.
Link, fonti e proposte
- La pagina web del Museo Arqueológico de Jerez de la Frontera ci mostra la sua scheda relativa all’ídolo oculado protagonista del nostro articolo.
- Questo articolo del 2017 del locale Diario de Jerez ricorda la storia del fortuito ritrovamento dell’idolo di Torrecera, concentrandosi sul punto di vista dei protagonisti della scoperta.
- La Voz del Sur mostra ai suoi lettori i vari idoli scolpiti preistorici esposti al museo di Jerez.
- La località di Torrecera, orgogliosa del ritrovamento del reperto, lo ricorda con affetto sulla sua pagina web, pubblicando una vecchia foto dei tre ragazzini con il frutto della loro scoperta.