Di come Malaga possa essere stata abitata mille anni prima del previsto, e di un fortuito ritrovamento su una spiaggia della città.


La nascita di una città.
Due recenti ritrovamenti archeologici hanno destato la curiosità dei cittadini della città di Malaga.
Il moderno capoluogo che oggi conosciamo ha una lunghissima storia: formalmente fondato dai Fenici col nome di Malaka, il suo primo nucleo si sviluppò principalmente ai piedi del monte de Gibralfaro, più o meno dove si erge ancora la centralissima fortezza del la Alcazaba.
Altri insediamenti sorsero nelle imprevedibili terre dell’estuario del fiume Guadalhorce, poco più a ovest, per poi essere abbandonati a causa delle piene fluviali.
Fenici, prima dei Fenici, dopo i Fenici.
Lo sbarco dei primi Fenici – che qui si stabilirono intorno all’ottavo secolo prima della nostra era – non avvenne certo su coste deserte: i più vetusti reperti ritrovati nell’area, per lo meno fino all’inizio del 2024, risalgono a circa quattromila anni fa e testimoniano la presenza di una popolazione locale dalla fine dell’età del bronzo.
Dai tempi delle colonie fenicie in poi, Malaga seguì le sorti di altre porzioni di terra andalusa: l’arrivo dei Romani, poi i Bizantini e la breve era visigota, l’epopea di Al-Ándalus e la resistenza del Reino de Granada, la Reconquista, el Siglo de Oro, la modernità.
Nel corso di questa notevole cronologia, la città volle dotarsi di uno dei suoi gioielli architettonici: la grande cattedrale rinascimentale di pietra dorata – ufficialmente battezzata Santa María de la Encarnación – che emerge dai tetti del centro storico.
Il tetto della cattedrale.
Soprannominato affettuosamente La Manquita (“la piccola monca”, o “la piccola incompleta”) a causa dell’ incompiuta seconda torre campanaria, il duomo della città era da tempo argomento della stampa locale a causa delle infiltrazioni dalle coperture: alla mastodontica chiesa non mancava soltanto mezzo campanile, ma anche le falde del tetto.
Dopo tanto scrivere, piovere e parlare, nel 2024 e dopo 242 anni dall’interruzione del settecentesco cantiere, iniziano i tanto agognati lavori di completamento dell’opera.
Ricognizioni.
Va montata una gru e, durante una prima ricognizione archeologica, si scava una buca di sette metri per sette metri per capire cosa nasconda il sottosuolo adiacente alla chiesa.
Da quei quasi cinquanta metri quadrati vengono estratti, sedimento dopo sedimento, novemila reperti in buone condizioni che ripercorrono tutte le tappe della vita della città.
Già erano state individuate le tracce di una casa medievale, alcune ceramiche d’origine almohade, così come le grandi vasche tardo romane utilizzate per la preparazione di salazones, nelle quali si produceva il preziosissimo garum (la salsa di interiora di pesce di cui i Romani erano ghiotti).
Le invadenti fondamenta delle vasche sembravano aver bloccato la strada per scavi a maggiore profondità, ma gli esperti riescono comunque ad aggirare sia il problema che le antiche sottostrutture, accedendo un tesoro ancora più antico.
Cinquemila anni.
Novemila reperti, scrivevamo, tra cui manufatti antichi risalenti a cinquemila anni fa, ovvero mille anni prima di quanto ci si aspettasse.
Gli archeologi precisano che i terreni sondati non erano di riporto, e quindi non provenivano da altre aree e riutilizzati in questo punto nel corso dei secoli: erano gli autentici sedimenti storici della città.
Gli antichissimi resti di ceramica riportati in superficie (ciotole, vasellame e oggetti per cucinare e conservare il cibo) stanno per riscrivere la storia del capoluogo.
Malaga potrebbe dunque essere mille anni più antica di quanto riportato sui libri di testo.
Non una città come la definiremmo oggi, naturalmente, ma già cinquemila anni or sono qui vivevano comunità dell’Età del Rame.
Reperti o no, nel frattempo una gru bianca e rossa è spuntata sul lato sud della chiesa: è ora di finire la cattedrale.
Dune.
L’altra notizia archeologica è decisamente meno rivelatrice rispetto ai nostri vasetti del periodo calcolitico, ma altrettanto sorprendente.
Un fotografo appassionato di archeologia – tale Juan María Álvarez – passeggiava per una spiaggia malacitana, quando fa un’imprevista scoperta.
La spiaggia in questione è la playa de Sacaba, giusto accanto alla foce del fiume Guadalhorce.
Qui il nostro fotografo si trova a frugare in un monticello di terra, attirato da uno strano sasso.
Risulterà essere una selce, la pietra dalla quale i nostri primi antenati ricavavano rudimentali manufatti.
Nel corso dei giorni, e senza doversi affannare particolarmente con gli scavi, si ritrova per le mani migliaia di resti di fauna marina e terrestre e rocce incise da mani umane.
Raccoglie il tutto e contatta il professor José Ramos, esperto di preistoria presso l’Università di Cadice, che valuta i sassi scovati dal fotografo come possibili tracce dell’uomo di Neanderthal.
Scrive addirittura un rapporto, assieme a quattro colleghi di diverse università, per sottolineare l’importanza di questo ritrovamento fortuito.
Denti, punte e gusci.
Come siano finiti denti, gusci e sassi spuntati in una montagnola di sabbia, lunga 175 metri, larga quaranta e alta tre metri e mezzo, su una spiaggia non è completamente chiaro.
Sembrerebbero provenire dagli scavi per la costruzione di un edificio nelle vicinanze – non soggetto a previe indagini archeologiche – e portati qui per ripristinare la playa de Sacaba.
Quando i resti riemersero, l’edificio era già stato completato, rendendo quindi impossibile ogni verifica e datazione dei sedimenti.
Non solo: anche il lotto dell’edificio potrebbe essere stato precedentemente riempito con terre provenienti da altri siti, complicando ulteriormente gli studi sul ritrovamento.
La Junta de Andalucía (l’ente di governo regionale), dopo un iniziale scarso interesse, riesaminerà i reperti, che nel frattempo sono stati sottoposti a ulteriori studi da parte dell’Università di Malaga.
Il fortunato e determinato fotografo spera che tutto il materiale recuperato venga raccolto dal Museo Arqueológico de Málaga, che già accoglie parte del preistorico bottino.
Link, fonti e proposte
- Questo articolo del quotidiano locale Diario Sur ripercorre passo a passo tutta la storia di Malaga, individuando luoghi di interesse tuttora esistenti o perduti.
- Málaga Hoy riporta le vicende della scoperta dei reperti ritrovati accanto alla cattedrale di Malaga, che potrebbero riscrivere la storia dei natali della città.
- Sempre Málaga Hoy racconta di come un cittadino abbia casualmente rinvenuto migliaia di resti preistorici sulla spiaggia di Sacaba.
- Il quotidiano ABC riassume la notizia del ritrovamento della spiaggia di Sacaba, mostrando una brevissima videointervista al suo artefice.