Scoperte nella Cueva del Tesoro di Rincón de la Victoria le tracce umane più antiche del Mediterraneo finora conosciute.

Cueva del Tesoro de Rincón de la Victoria
Mappa_Rincón de la Victoria
La Cueva del Tesoro.

Non lontano da Malaga, nella cittadina costiera di Rincón de la Victoria, esiste un luogo singolare.

È una delle sole tre grotte di origine marina conosciute al mondo, l’unica scoperta in Europa e la sola visitabile.

Fu ribattezzata nel corso dei secoli con l’epico nome – da racconto su pirati e corsari – di Cueva del Tesoro: la Caverna del Tesoro.

La grotta, che in realtà è costituita da una serie di ambienti ipogei collegati tra loro, è un susseguirsi di pareti rocciose arabescate dal tempo e dagli agenti naturali, che custodisce antichissime tracce umane.

Le sue volte conservano il ricordo di visitatori sin dal Paleolitico, con testimonianze di importanti resti di arte rupestre, realizzati con pigmenti o incisi con arcaici strumenti.

Le tracce umane più antiche del Mediterraneo.

Recentemente proprio nella Cueva del Tesoro sono state scoperte le tracce di mani umane più antiche finora documentate in tutto il Mediterraneo.

L’annuncio è stato dato, all’inizio di Aprile 2025, dallo stesso sindaco di Rincón de la Victoria – Francisco Salado – e dal ricercatore Pedro Cantalejo.

Il primo cittadino, durante la conferenza stampa, ha tenuto a enfatizzare la dicitura “del Mediterraneo”, scherzando con il sindaco della vicina Ardales sul fatto che, quell’eccezionale sistema di caverne ricche di reperti a una cinquantina di chilometri dalla costa malagueña “non è del Mediterraneo”, evitando così ogni possibile campanilismo.

Si trattava di mani preistoriche impresse su pareti oggi completamente rocciose, databili tra i 70.000 e i 35.000 anni fa.

Le impronte sono distribuite in nove punti distinti all’interno della grotta e sono una testimonianza unica nel suo genere della presenza umana in epoca preistorica.

Sono segni: deliberate figure realizzate con l’uso delle mani durante esplorazioni nelle tenebrose sale sotterranee.

El Cantal.

L’area che nasconde la Cueva del Tesoro è denominata El Cantal: una linea costiera caratterizzata da falesie, vere e proprie pareti rocciose a picco sul mare.

Nelle viscere di questo impressionante ecosistema si sviluppa un sistema di una quarantina di cavità naturali, di cui almeno undici risultano essere state abitate durante il Paleolitico.

Preistoriche mani.

Le tracce umane de la Cueva del Tesoro non sono tutte da interpretare come vere e proprie manifestazioni artistiche dei nostri antichi avi.

La caverna ospita una serie di segni tracciati con le dita, alcuni dei quali con pigmenti rossi o neri, altri ancora incisi con utensili di pietra.

Le impronte di mani, a cui accennavamo poc’anzi, potrebbero invece rappresentare gesti più spontanei e meno cerimoniali, volti ad attestare la presenza di quegli antichi esploratori nelle oscure profondità della terra.

Si tratta di impronte di dita rimaste come pietrificate sulla superficie delle pareti della caverna, ai tempi meno compatta, più umida e fredda.

Come per l’arte rupestre, anche queste testimonianze erano gesti intenzionali, e descrivevano il passaggio dell’uomo alla scoperta del buio mondo sotterraneo nel quale aveva cercato rifugio.

Il tesoro della cueva.

Quanto al nome piratesco della caverna di Rincón de la Victoria, deriverebbe da un’antica leggenda risalente al dodicesimo secolo.

Si racconta che cinque re almoravidi (stirpe berbera che aveva conquistato i territori della Iberia musulmana, unendo gli staterelli – los reinos de Taifas – derivati dalla disgregazione del potente Califfato di Cordova), inviati dall’emiro Tasufín Ibn Alí, avrebbero nascosto un ricco tesoro nei cunicoli che si aprivano tra le falesie della costa malagueña.

Il segreto doveva restare sepolto con l’oro: per questo, gli schiavi che avevano aiutato i cinque nobili a nasconderlo non uscirono mai vivi dalla grotta.

Il tesoro, ammesso che sia mai esistito, non è mai stato ritrovato.

Solo alcune monete almoravidi e un antico candil (una lampada a olio) rinvenuti nella grotta continuano a tenere viva la leggenda.

El Suizo.

Prima di quella novecentesca scoperta ci fu uno svizzero, il ricercatore Antonio De la Nari che, affascinato dal racconto del tesoro, investì trent’anni della sua vita nella ricerca del leggendario bottino.

Era la prima metà dell’Ottocento: il mondo stava per conoscere la dinamite, adoperata da De la Nari per le sue esplorazioni ipogee.

Le esplosioni gli furono fatali e i suoi scavi infruttuosi, ma riuscirono nell’imprevista impresa di far sì che una delle grandi sale del complesso venisse ribattezzata Cueva del Suizo (la Caverna dello Svizzero).

Noctiluna.

Le sorprese del nostro sistema di grotte non finiscono certo qui.

Intorno alla metà del Novecento, quando il nuovo proprietario del complesso – il professor Manuel Laza Palacio – iniziò a scavare nelle profondità della terra, riportò alla luce niente meno che i resti di un antico santuario.

Dedicato alla dea Noctiluna, il tempio era uno dei tre principali luoghi di culto preromani del sud della penisola iberica.

La divinità, legata alla luna, alla fertilità e madre di dei antichi, era venerata in tutto il bacino del Mediterraneo.

Manuel Laza Palacio aveva acquistato questi terreni da un suo stretto parente per la simbolica cifra di una peseta e un caffè.

La cessione era un tentativo di distogliere la mente del professore dal recente decesso di una delle sue figlie.

Pure il fantasma.

Non può certo mancare un fantasma a popolare queste oscure fessure della terra.

Che sia lo spirito senza pace del nostro svizzero, travolto dalla sua ultima esplosione dopo decenni di bramosa e instancabile esplorazione, o l’anima colma di rancore di uno dei poveri schiavi medievali, trucidati per mantenere segreta la posizione del tesoro, o lo spettro di uno dei nostri preistorici avi, che per millenni avevano cercato rifugio in queste cavità, poco importa.

Si racconta che un evanescente uomo dal volto rugoso e dalla lunga barba bianca appaia, di tanto in tanto, a qualche sfortunato visitatore o lavoratore del sito monumentale.

Come per il leggendario tesoro dei cinque re andalusí, anche di questo evanescente personaggio, non esistono – evidentemente – prove certe.

Nuove ricerche.

Dal mese di ottobre del 2024 è in corso un nuovo studio approfondito e sistematico sia della Cueva del Tesoro che della vicina Cueva de la Victoria.

Le ricerche confermano una presenza umana continuativa di oltre 40.000 anni, e tracce di almeno otto esplorazioni.

La Cueva del Tesoro è stata acquisita dal Comune nel 2023; prima di allora, era una proprietà privata, concessa in affitto al Ayuntamiento dal 1991 per la gestione turistica, facilitando così il lavoro degli studiosi e degli archeologi.

Le ricerche continueranno almeno per tutto il 2025, con l’obiettivo di ricostruire in modo più preciso la storia umana del sito.

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