La tomba di un celebre patriarca biblico si nasconderebbe in una cittadina andalusa, e solo un capitello di una chiesa ne rivelerebbe l’accesso segreto.


La Lucena di oggi.
Oggi ricorderemo una leggenda nata dalle polveri dell’eccezionale medioevo di un’operosa cittadina della Subbetica (“a sud del fiume Betis”, come i romani chiamavano il Guadalquivir), terra di vini e oli a sud di Cordova.
Siamo a Lucena: la seconda città più popolosa della provincia, nota in patria soprattutto per la sua produzione di mobili e – forse non sorprende visto che siamo in uno dei luoghi più caldi del continente – per i suoi sistemi di raffreddamento industriale .
Ma anche per i suoi vini, come dicevamo, e i suoi oli d’oliva con “denominación de origen”.
Questa è la Lucena di oggi; noi dobbiamo tornare indietro nel tempo, fino a quando la cittadina ancora si chiamava Eliossana, parola che in ebraico significa – su per giù – “Dio ci salvi”.
In ebraico, proprio così.
L’Eliossana di allora.
Eliossana era una città eccezionale all’interno del vasto medioevo islamico: cinta da mura, era popolata e governata da una comunità ebraica che era riuscita ad ottenere una pressoché totale autonomia dal Califfato di Cordova prima e dal regno di Granada poi.
Una roccaforte giudaica all’interno di Al-Ándalus; e che roccaforte.
Eliossana, fondata intorno al secolo VIII d. C., raggiunse il suo massimo splendore tra i secoli nono e dodicesimo. Contava con una grande sinagoga (divenuta poi moschea e successivamente chiesa), una vivace produzione artistica e una scuola talmudica, tra le più importanti del continente.
Sefarad era il termine con cui il popolo ebraico denominava e denomina la Spagna.
La saga del popolo ebraico vorrebbe che i primi ebrei fossero arrivati in Andalusia ben prima dei loro futuri dominatori arabi e berberi, ma anche di visigoti e dei romani. Si racconta che i nuovi arrivati giunsero in queste terre antiche fuggendo dalle deportazioni che seguirono la distruzione del tempio di Salomone, compiuta dal re babilonese Nabucodonosor II.
Villa, Aljamas e Arrabales.
L’unicità della Lucena medievale era proprio questa: era una città ebraica, e i suoi cittadini vivevano all’interno della cerchia muraria, la villa o medina, in un mondo in cui – in qualsiasi altro altrove – erano relegati alle juderías, i quartieri ebraici.
La Spagna musulmana tollerava le altre religioni del libro, ma ebrei e cristiani vivevano fuori dalle mura civiche, nelle cosiddette Alhama o negli Arrabales, frammenti urbani che crescevano più o meno spontaneamente e disordinatamente al di fuori della cinta muraria.
Con il cambio dei dominatori, saranno i cristiani a vivere nella villa ed ebrei (fino alla loro espulsione nel 1492) e musulmani (esiliati definitivamente al principio del Seicento) fuori.
Invasioni e identità medievali.
Da poco è passato l’anno Mille e cade il potente califfato di Cordova, frantumandosi in una costellazione di staterelli indipendenti. Gli stati cristiani del nord approfittano dal nuovo clima di instabilità di quello che fino a quel momento era stato il solido protagonista della penisola per avanzare, riconquistando terre, inclusa la mitica città di Toledo.
Dal nord dell’Africa arriva una prima stirpe di dominatori, gli Almorávides (Almoravidi) che riunisce le genti islamiche e fa fronte ai re cristiani. Altra instabilità, altra divisione in regni di taifa. Intorno alla metà del dodicesimo secolo un nuovo ordine sta per reimpossessarsi di ciò che rimaneva di Al-Ándalus: sono gli eserciti Almohades, anch’essi provenienti dall’Africa Settentrionale.
Decisamente meno permissivi dei governi precedenti, gli Almohadi espulsero gli ebrei dalla loro città-perla, chiudendo le accademie e sostituendo i luoghi di culto con moschee. I lucentini che non si convertirono si dispersero. E’ la fine di Eliossana. Nasce Al-Yussana.
Nel 1240 altro cambio. Al-Yussana è presa dai castigliani diventando Lucena; gli arabi (mudejares) si spostano negli arrabales e le moschee diventano chiese, che con il fiorire della città e della regione diventano sempre di più e sempre più maestose.
Una delle tante chiese del ricco patrimonio monumentale di Lucena è lo scenario di una leggenda che gira per lo meno dal sedicesimo secolo.
Santiago Apostolo e la leggenda.
È la chiesa parrocchiale di Santiago Apostolo, dall’impressionante campanile barocco e dal portale decorato dalle conchiglie simbolo del Santo.
Uno di questi capitelli presenta una decorazione lapidea differente rispetto a quella di tutti gli altri: una abbozzata foglia di vite, o almeno così riporta la tradizione.
Questa particolare colonna – la leggenda non si specifica in che modo – indicherebbe l’ingresso di un passaggio segreto.
Rimasto intatto e nascosto dai tempi della Lucena giudea, il presunto cunicolo darebbe accesso alla rete di gallerie che univano i principali edifici lucentini e porterebbe niente meno ad una camera contenente una tomba antica dall’importanza eccezionale: la tomba di Noè.
La sue vicende, riportate dall’Antico Testamento, sono universalmente note e tra i miti più conosciuti dell’umanità. Ciò che potrebbe apparire curioso e azzardato è cosa possano farci i resti mortali del patriarca biblico nel cuore dell’Andalusia.
C’era una volta un’arca.
In luoghi e tempi lontanissimi dall’Andalusia del ventunesimo secolo, stava cominciando a piovere. Un uomo costruì una barca e ci fece salire due esemplari di ogni specie animale, e infine la sua famiglia. Il mondo venne sommerso e la barca – o arca – vagò a lungo per i nuovi mari fino a giungere alla cima d’un monte che affiorava dal pelo dell’acqua. Il monte del mito si chiamava Ararat.
Una volta preso possesso del cucuzzolo della montagna, l’uomo seminò una vite, con la quale alimentò la sua progenie che ripopolò un pianeta che in quel momento risultava completamente ripulito di tutti i suoi abitanti.
In tutto questo vagare – ma ormai siamo fuori dalle storie del Vecchio Testamento e in pieno folclore antropologico locale – l’arca con gli animali non sarebbe certo approdata da qualche parte nel Vicino Oriente, come vorrebbe la tradizione, ma sulla cima d’un colle circondato da vallate senza fine: la Sierra di Aras, nella terra che verrà conosciuta come Sefarad.
La Sierra de Aras.
L’avrete intuito: la Sierra di Aras è un luogo reale e non lontano da Lucena. A circa sette chilometri di uliveti dal centro del paese emerge dai campi circostanti come un frondoso picco isolato.
Sulla sua cima sorge il Santuario de Nuestra Señora de Araceli – patrona della città e di tutta la campagna andalusa, cara ai lucentini – e nelle sue viscere si apre la Cueva del Ángel (“la caverna dell’angelo”), abitata fin dai tempi dell’uomo di uomo di Neandertal. Da questo colle si ha una vista sconfinata che abbraccia le terre di cinque province: Cordova, Jaén, Granada, Malaga e Siviglia.
Indizi.
L’assonanza tra le parole Ararat e Aras è innegabile, così come l’esistenza di una montagna isolata tra vaste e vallate. Va ammesso che monti ben più alti in cui incappare lungo il tragitto della navigazione dell’arca biblica non mancassero.
La consunta foglia di vite scolpita nella pietra del capitello – e che potrebbe essere confusa con decine di altre forme – rappresenterebbe la pianta con cui Noè avrebbe dato nutrimento alla nuova umanità.
Per il resto qui terminano le poco schiaccianti prove dell’esistenza di misteriosi tunnel scavati nel sottosuolo della Subbetica e di camere dimenticate dalla storia, celanti le spoglie perdute di patriarchi biblici.

La cittadina merita una visita: sebbene non possa competere con la fama di altri centri storici andalusi e meno pittoresca di molti pueblos più piccoli e arroccati, è un dinamico centro provinciale circondato dagli ulivi che conta con un impressionante patrimonio monumentale, tra cui – appunto – la più grande necropoli medievale ebraica d’Europa, scoperta nel 2006 durante i lavori per la costruzione di una strada.
Link, fonti e proposte
- La storia della Lucena ebraica dalle parole della Red de Juderías de España, un’associazione di comuni il cui passato si è intrecciato con quello del popolo sefardita.
- Il quotidiano ABC ci spiega, in questo articolo in spagnolo del 2018, perché migliaia di turisti ebrei vogliono visitare Lucena.
- Cadena Ser accenna alla leggenda della tomba di Noè in questo articolo.
- Il quotidiano Diario Córdoba si sofferma sul mito della tomba del patriarca Noè, presumibilmente nascosta a Lucena.




