Il mito di Dolores, una donna di Paterna de Rivera che – a metà Ottocento – avrebbe creato uno struggente stile di flamenco, considerato da alcuni maledetto.


Paterna de Rivera e il suo palo.
Oggi ci spostiamo fino a Paterna de Rivera, piccolo centro della provincia di Cadice fiero dei suoi tori e di un particolare palo del flamenco che, sembra, prenda il nome proprio da questa località: la petenera.
Lungi dall’addentrarci nel complesso universo del flamenco, che dal 2010 è patrimonio dell’umanità Unesco e che lasciamo ad esperti e studiosi, sveliamo almeno cosa sia – in questo contesto – un palo.
Un palo è uno dei numerosi e diversissimi stili di canto del flamenco, che variano – tra le altre cose – per temi, struttura, velocità, atmosfere ed emozioni trasmesse.
La petenera.
E della miriade di palos del flamenco la petenera ha un suo carattere ben distinguibile: struggente e doloroso, sussurra e urla di sofferenze d’amore, di relazioni impossibili e rovinose.
Sembrerebbe – ce lo racconta a fine Ottocento lo scrittore ed etnografo Demófilo (padre dell’universale poeta sivigliano Antonio Machado), che a sua volta si rifà al parere dell’illustre cantaor Juanelo – che la parola petenera derivi proprio dal nome della nostra cittadina gaditana.
Si tratterebbe di una mutazione del gentilizio paternera, che – pronuncia dopo pronuncia, canto dopo canto e anno dopo anno – si trasformò in petenera.
Il pueblo di Paterna de Rivera si sarebbe però legato al palo solo indirettamente: la Petenera era una persona che, nella Siviglia del secolo scorso, fece al tal punto suoi cante e baile, da riuscire a creare un genere tutto suo, che venne infine identificato con il suo nome.
Talento e magnetismo.
Ci troviamo nella Triana della metà dell’Ottocento, il celebre barrio (quartiere) sivigliano sulla sponda destra del fiume Guadalquivir.
Qui si esibiva, in caffè e osterie, Dolores: una donna ricordata per la sua bellezza magnetica e per la sua ipnotica voce.
Cantava e ballava con straordinaria grazia, e – così è passata alla storia – non senza irrimediabilmente ammaliare i gentiluomini del suo pubblico.
Più d’uno di loro perse completamente la testa per la nostra Dolores, rovinandosi e trascinandosi verso una tragica fine.
Topici.
Non ci è dato sapere cosa ci sia di vero in questo racconto, che sembra attingere più ad un tipo femminile stereotipato ben radicato nel folklore universale, che ai tratti di un’artista reale del tempo.
È però interessante notare come personaggio, storia, tematiche delle canzoni e sentimenti messi in moto da questa combinazione di elementi, siano profondamente legati.
Le atroci sofferenze di un amore impossibile, la follia da esso generata, l’assenza, l’inappagabile desiderio, sono tutti argomenti cesellati in un ritmo e un movimento del corpo che sprigiona lamenti, pene, sfoghi della mente e dell’anima.
Questa è la Petenera, secondo la tradizione: una giovane che inventa un’arte, stregando e portando alla follia, divenendo a sua volta l’arte che creò e il personaggio che vi è rappresentato.
Las peteneras.
Molte peteneras cantano proprio di lei, di Dolores e quasi tutte soffrono del dolore – appunto – che lei ricamò nella sua musica.
Non è un caso che las peteneras, intrise come sono di tragedia e ossessione, si siano guadagnate, nel mondo delle superstizioni popolari, la poco invidiabile fama di canti porta sfortuna.
Cupa nomea.
Non sono solo le tematiche espresse ad alimentare la triste nomea di questo palo: la tetra aurea che aleggia su las peteneras è stata ingigantita dalla morte di Mari Paz, un’artista che – negli anni Quaranta del Novecento – interpretò il ruolo di Dolores in uno spettacolo.
Pare che la cantante rimase ossessionata dalla scena del multitudinario funerale della nostra paternera, in cui questa veniva acclamata dal popolo che l’aveva conosciuta.
Leggeva in quella fine un triste augurio, e morì – qualche mese dopo – dopo alte febbri.
Un genere maledetto dunque: apprezzato ma temuto, accolto con eccitazione e scongiuri.
Molti artisti si rifiutano persino di cimentarsi con las peteneras.
Va anche detto che, proprio a causa della grande varietà di emozioni che vanno tassativamente espresse durante la loro esecuzione, queste espressioni del flamenco sono particolarmente difficili da interpretare ad altissimo livello, e una maledizione artistica fornisce un’ottima scusa per i meno coraggiosi.
Orgogliosi della loro Dolores.
Appare evidente che Dolores sia stata trasfigurata in un archetipo popolare, quello della femme fatale, della sirena da scenario, della distruttiva trappola della bellezza.
Nel suo presunto paese natale, Paterna de Rivera, però la celebrano come una sorta di figlia prediletta.
Le hanno dedicato un festival, non a caso fondato sull’interpretazione di peteneras (il Concurso Internacional de Cante por Peteneras) e le hanno persino eretto una statua.
La statua di Dolores anima, dagli anni Ottanta, la fonte alla quale la paternera più famosa della storia andava ad attingere l’acqua, sotto gli occhi dei suoi vicini che la temevano e desideravano, come un’insidiosa ninfa delle sorgenti.
Link, fonti e proposte
- Il quotidiano locale Diario de Jerez riassume in pochissime parole (in spagnolo) la storia, le curiosità e i luoghi emblematici di Paterna de Rivera, accennando alle vicende de La Petenera.
- Si accenna alla figura di Dolores la Petenera in questo articolo del 2013 del Diario de Cádiz, dedicato ad uno spettacolo previsto per il Concurso Nacional de Cante por Peteneras di quell’anno.
- La pagina web della Junta de Andalucía ospita questo brano che descrive la figura di Dolores e la musica che avrebbe creato, senza dimenticare il mito e le superstizioni ad esse legati.
- Il portale turistico della regione Andalusia scrive qualche parola (in spagnolo, inglese francese e tedesco) sul palo de La Petenera, e permette di ascoltarne una interpretazione.