Una montagna isolata che divide Antequera e Archidona – La Peña de los Enamorados – è uno dei rilievi più iconici e riconoscibili di tutta l’Andalusia.


Icona di roccia.
È uno degli elementi più iconici del cuore dell’Andalusia, una presenza discreta ma inconfondibile, invisibile fino al momento in cui qualcuno ce la indica.
Da allora in poi il suo singolare profilo di roccia non può più scomparire dall’orizzonte e dal nostro ricordo.
La vedremo scorrere, maestosa, lungo l’autostrada spostandoci da Malaga a Cordova, o più o meno ovunque – onnipresente fondale – negli scorci del casco histórico di Antequera.
Il volto di un gigante.
È l’enorme profilo di un gigante, un volto affiorante dalla pianura sulla quale si affaccia la cittadina di Antequera.
È lì: perfettamente delineato, grande come una montagna. Un colossale titano, sdraiato, che osserva il cielo.
Da una simile descrizione ci aspetteremmo un’inquietante presenza incombente sulla città sorta nel (quasi) centro d’Andalusia.
In realtà la gigantesca ma serena figura antropomorfa rassicura e completa l’orizzonte.
Venendo da Cordova, il nostro viso di pietra si compone piano piano mentre procediamo lungo l’autostrada, complici un pizzico di pareidolia e il gioco della prospettiva che riordina per noi le sagome di crinali e avvallamenti.
Procedendo da Malaga la visione è improvvisa: abbiamo attraversato le montagne che ci separavano dal Mediterraneo seguendo il tortuoso corso del rigagnolo del Guadalmedina, che a più a sud diventerà uno dei confini naturali del centro di Malaga.
Finite le montagne, si apre la vasta Vega di Antequera: una grande pianura verde e coltivata.
E appoggiato su questo piano eccolo: il volto
Antequera, Antikaria, e prima.
Non è un caso che il gigante appaia proprio ai piedi di Antequera. O meglio: non è un caso che l’antichissima Antikaria (come la chiamavano i romani) sia sorta proprio lì.
Preistoria: sul finire dell’ultima Glaciazione, i nostri avi insediati nella penisola iberica lasciano traccia del loro passaggio sul pianeta grazie alla loro arte rupestre. Queste caverne oggi sono Patrimonio dell’Umanità.
Passano le generazioni, l’umanità scopre l’agricoltura. Si abbandonano le montagne e le caverne per riscoprire gli spazi aperti delle pianure.
Cresce la popolazione, e ci si organizza in società più complesse, in grado di realizzare strabilianti mausolei collettivi, protagonisti di riti funerari complessi.
Sono i dolmen.
Per realizzarli, c’era da trasportare per chilometri e erigere pietre pesanti decine di tonnellate.
Proprio a Antequera si conserva una ricca testimonianza di quei tempi e di quelle civiltà.
I dolmenes de Antequera – insieme al loro intorno – hanno un loro personalissimo posto nella lista del patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Per descriverli molto sommariamente, i dolmen sono delle colline artificiali.
Al loro interno è custodita una camera centrale, alla quale si accede tramite un lungo corridoio che perfora la montagnola.
Quasi tutti i dolmen del mondo – grandi e piccoli – hanno la loro apertura orientata verso un punto ben preciso dell’orizzonte: quello del sorgere del sole dell’equinozio di primavera e autunno.
In questo modo i primi raggi del sole riuscivano ad attraversare tutto il corridoio fino a lambire i margini della camera mortuaria.
Quasi tutti, dicevamo: non si può dire che gli antequeranos della preistoria non si siano sbizzarriti con le orientazioni dei loro dolmen.
I dolmen di Antequera.
Il dolmen de Viera, per esempio, è diretto con precisione verso la posizione del sorgere del sole degli equinozi .
In questo modo i primi raggi del basso sole dell’alba riescono – per pochi minuti da quasi cinquemila anni- ad attraversare l’intero corridoio fino a raggiungere la camera funeraria alla fine della composizione.
Il Tholos de El Romeral invece, il più recente del complesso, (ha soli quattromila anni, anno più, anno meno), fissa un monte, un’altura della formazione del Torcal.
Non è un punto casuale dell’orizzonte: le genti delle Vega cercavano con lo sguardo la caverna abbandonata dalla quale provenivano i loro avi: la Caverna del Toro.
Il crollo della volta naturale di quella grotta ancestrale – causato da un terremoto avvenuto circa ottomila anni or sono – dovrebbe essere l’evento che portò il popolo preistorico della zona a spingersi a valle, senza dimenticare le proprie origini.
E’ l’accesso al Dolmen de Menga (ci perdonino i lettori lombardi) a interessarci particolarmente in questo momento.
Incurante della posizione del sole e degli astri, il dolmen – il più antico e imponente del complesso – è puntato sull’eccezione ortografica di cui tratta questo articolo e che deve aver meravigliato i suoi costruttori.
Dal corridoio ipogeo, la silhouette del gigante dormiente delineata dai raggi del sole sorgente si mostra in tutta la sua grandiosità.
I nostri antenati andalusi di seimila anni fa probabilmente vedevano in quella sagoma i lineamenti di una dea della fertilità che emergeva dalla ricca terra della Vega.
Grazie a questo profondo legame tra monumenti megalitici e emergenze orografiche, sia la Peña de los Enamorados che il Torcal sono stati inclusi – insieme ai dolmen – nel catalogo del patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
I nomi della montagna.
Gli abitanti dell’Antequera moderna conoscono la loro eccezionale e antropomorfa formazione montuosa con due nomi, vecchi come la Reconquista e le prime traversate oceaniche verso le Americhe.
Il primo è El Indio (l’indiano), perché nel profilo che emerge dalla loro campagna credevano di vedere la testa di un nativo di quel nuovo continente lontano – di cui l’Andalusia era la porta orientale – dal quale provenivano racconti incredibili di genti, terre e battaglie e beni esotici.
L’altro si ispira ad una storia romantica e tragica: la Peña de los Enamorados (il cocuzzolo degli innamorati).
Il canovaccio del racconto è comune a molte leggende di altrettanti pueblos andalusi, il cui finale – a volte – si arricchisce di componenti fantastiche (come nel caso della Fuente de Zulema di Aracena).
Abbiamo trovato almeno due varianti della storia della Peña de los Enamorados, entrambe ambientate nei secoli del lunghissimo processo della cosiddetta Reconquista.
La fanciulla e il garzone.
Prima che Antequera cadesse in mani cristiane (cosa che accadde nell’anno 1410) la cittadina era governata da un signorotto padre di una splendida fanciulla.
Al servizio della corte c’era un giovane cristiano, senza dubbio forte e bello, preso prigioniero durante le incursioni militari oltre frontiera.
Ci sono già tutti gli ingredienti necessari per la nostra tragedia medievale: un castello (la Alcazaba), una sorta di principessa, un amore ostacolato da leggi sociali e restrizioni culturali e religiose e l’impeto dell’amore e della gioventù.
I due si innamorano, evidentemente e – naturalmente – vengono scoperti.
È un amore impossibile, ma troppo forte per essere confinato.
I due innamorati (che finiranno per dare il nome alla nostra montagna antequerana) decidono dunque di fuggire dalle norme che li avrebbero voluti separare, oltre l’orizzonte costituito dal grande volto di pietra.
Che poi oltre l’orizzonte ci fosse la città di Archidona, presa dai cristiani mezzo secolo dopo rispetto a la Toma de Antequera ( evento qui rappresentato in un dipinto di fine Cinquecento ), è un solo dettaglio.
Arrivati in cima, i due giovani vengono raggiunti dalla brigata inviata dalla città per fermarli. L’ordine è quello di riportare la fanciulla a palazzo e liberarsi del fastidioso garzone.
Piuttosto che cedere a un mondo che non capiva il loro amore, i due scelgono di gettarsi nel vuoto, dando il nome alla nostra antropomorfa montagna.
Tello e Tagzona.
La seconda variante del racconto è vagamente più epica.
La giovane sarebbe stata una principessa andalusí (più probabilmente la figlia del alcaide) – secondo alcune fonti già promessa in sposa al solito vecchio e insopportabile reggente – mentre il giovane un cavaliere cristiano.
Tra i due regni: la frontiera. Il resto è identico, ma ci sono ben due eserciti – uno per fazione – sulle loro tracce per dividerli e punirli con la morte.
Morte per morte, anche principessa e cavaliere decidono di gettarsi, abbracciati, dalla peña che li ricorderà per sempre.
La leggenda riporta anche i nomi dei due eroici e sfortunati innamorati: sono Tello e Tagzona.
Le tragiche vicende antequerane di Tello e Tagzona si annodano alla letteratura spagnola dai tempi del Rinascimento.
Sembra che il primo a riportare il gramo destino dei due innamorati sia stato l’umanista italiano Lorenzo Valla, nel suo quattrocentesco Historiarum Ferdinandi Regis Aragoniae Libri tres sulle imprese – come è intuibile, del sovrano di Aragona Fernando, responsabile della conquista di Antequera.
Altrove Tello si chiama Hamet, e la fuga dei due è male interpretata e intesa come rapimento, per cui il ragazzo è ucciso e l’affranta Tagzona decide di seguirne le sorti.
Nel Seicento scopriamo con Rodrigo de Carvajal y Robles che Tello era di Écija, mentre Tagzona si sarebbe in realtà chiama Ardama.
Il finale dell’amore impossibile dei due è addirittura citato anche, alla fine del Cinquecento, nel diciannovesimo tomo della Historia general de España dello storico, teologo e filosofo Juan de Mariana.
Persino Cristoforo Colombo, un centinaio di anni prima, nel suo diario di bordo di uno dei suoi viaggi verso le Americhe, riporta di aver avvistato una montagna simile alla Peña de los Enamorados di Antequera.
Colombo cita solamente un luogo, ma la sciagura di Tello e Tagzona era evidentemente già scolpita nella denominazione di quel lontano monte andaluso.
Passando alle arti figurative, l’artista fiammingo Joris Hoefnagel, nella sua cinquecentesca incisione raffigurante la città di Archidona, rappresenta il nostro monte a forma di viso con tanto di didascalia: la Penna de los Enamorados.
Despeñarse.
Chiudiamo aggiungendo che despeñarse, nella lingua spagnola, è un verbo che proviene proprio dalla parola “peña” e significa “gettarsi da un’altura”.
Despeñarse: proprio quello che fecero gli immaginari protagonisti della leggenda che diede il nome ad uno degli elementi orografici più riconoscibili di tutta l’Andalusia, un monte che è anche Patrimonio dell’Umanità.
Link, fonti e proposte
- Questo articolo del 2021 del quotidiano locale Diario Sur racconta le origini della leggenda che diede il nome alla Peña de los Enamorados di Antequera.
- Anche il quotidiano ABC ci racconta della Peña del los Enamorados, cogliendo l’occasione per farci visitare il centro storico di Antequera.
- Ecco la scheda Unesco relativa ai dolmen di Antequera, Torcal e Peña de los Enamorados.







