Una rara e robusta razza di pecore autoctone andaluse, la oveja churra lebrijana o pecora marismeña, custodisce il segreto per sopravvivere in condizioni estreme.


Poche, antiche e andaluse.
Ne sono rimaste meno di cinquecento, e vivono solo qui, tra le terre basse e difficili delle marismas del fiume Guadalquivir e gli orizzonti ondulati della Sierra Norte de Sevilla.
E’ una razza di pecore tutta andalusa, adattatasi nei secoli a sopravvivere in ambienti caratterizzati da condizioni estreme.
Sono le estati secche e roventi de las marismas – quando il bestiame non può che nutrirsi di sterpaglie asciutte ricche di sali – e le stagioni umide durante le quali le pazienti greggi devono pascolare con le zampe a mollo in terreni semisommersi, per cui hanno sviluppato un’inconsueta resistenza alle infezioni da fungo agli zoccoli.
E’ un animale che sfugge persino agli attacchi delle mosche e delle loro larve, che riescono invece a infestare la pelle di altre razze meno robuste.
La oveja churra lebrijana.
E’ la oveja churra lebrijana: un nome lungo e composto.
Cominciamo dal principio: oveja significa pecora in spagnolo.
La Lebrija alla quale fa riferimento il nome è una cittadina della provincia di Siviglia, sorta su uno dei modesti rilievi ai confini della bassa e acquitrinosa pianura che conduce al vicino Oceano.
Fino ai secoli di confine tra Preistoria e Storia questi erano terreni inondati dalle acque di una baia (lo scomparso Golfo Tartessico) e di un lago (il leggendario Lago Ligustinos, citato dal geografo romano Pomponio Mela ).
Oggi l’area è un esteso bassopiano solcato da canali e meandri fluviali che confluiscono nel parco di Doñana.
Churro – mi raccomando: con la “o” finale – infine, oltre ad essere una tipica frittella di forma allungata, è come si denomina un ceppo ovino tipico della penisola iberica diffusosi, insieme all’avanzare della Reconquista, nelle terre dell’antico Al-Ándalus per poi differenziarsi in numerose varianti locali, tra cui la nostra rarissima oveja churra lebrijana.
Quasi selvagge.
La pecora churra lebrijana è conosciuta anche con il nome di oveja marismeña, aggettivo che richiama le terre che circondano la grande area protetta di Doñana.
Abbiamo già scritto di un’altra specie rustica che vive allo stato brado tra queste sterminate pianure battute dal sole andaluso: era il caballo de las retuertas, il robusto cavallo marismeño, che ebbe l’onere e l’onore di essere trasportato, insieme ai primi Conquistadores, a popolare le Americhe.
Destino simile lo ebbe la nostra indistruttibile pecora.
Per sua disgrazia e fortuna serviva un animale resistente in grado di sopportare lunghissimi viaggi via mare e condizioni ambientali diverse e imprevedibili, con la sinistra missione di sfamare soldati e colonie dell’impero spagnolo. E no: le preziose pecore merino, ai tempi, non potevano lasciare la penisola.
La churra lebrijana finì così per diventare la capostipite di molte razze americane.
Maschera e frangia.
Non è difficile da distinguere: più arruffata rispetto alla vaporosissima pecora merino, altra razza legata alla storia iberica e della quale la Spagna – fino al Settecento – deteneva il monopolio, si riconosce per una sorta di maschera scura fatta di macchie nere intorno agli occhi, sul muso e sulle orecchie.
Inoltre ha una tipica “moña”, che è il corrispettivo ovino della frangetta.
Produzione contro sopravvivenza.
Nuove razze ora popolano la penisola iberica, meno rustiche ma in grado di fornire lane di maggiore qualità e quantità.
La nostra marismeña non è campionessa di produzione di lana: il suo vellón praticamente non ha mercato, se non – tradizionalmente – come imbottitura per materassi.
Insomma: la nostra pecora locale venne presto sostituita da greggi più produttive e redditizie per gli allevatori e dimenticata.
Ne rimangono due sparuti nuclei, tutelati dal 2017 da un consorzio (la Asociación Andaluza de Criadores de la Raza Ovina Churra Lebrijana) che si occupa di conservare i tratti distintivi della razza, di allevarla nei territori che l’hanno custodita nei secoli e scongiurare i pericoli della consanguineità.
Sono allevatori che hanno acquisito i loro capi direttamente dalla Diputación de Sevilla, che li ospitava in una fattoria dalle parti di Cazalla de la Sierra (la finca Monte San Antonio) insieme ad altre specie d’allevamento autoctone.
Un raro e prezioso patrimonio genetico.
E’ una razza in pericolo di estinzione, dunque.
La stampa locale ricorda che rimangono al mondo meno capi di churra lebrijana che esemplari di rarissima lince iberica, specie scampata alla scomparsa dal pianeta dopo decenni di sforzi e investimenti.
Nessuna paura per gli amanti degli ovini: le pecore in Spagna non corrono alcun rischio di scomparire, e nemmeno l’iberico ceppo ovino churro.
Sono solo le loro indistruttibili parenti semiselvagge de las marismas a rischiare di soccombere ai dettami delle implacabili leggi della domanda e dell’offerta del mercato.
Per ora, le nostre pecore rimaste continuano a brucare indisturbate, disperse per le torride terre basse, salate ed estreme del sud dell’Andalusia, ignare di essere tra le razze capaci di resistere a condizioni ambientali limite che si diffondono sempre di più con i cambiamenti climatici in corso.
Una pecora andalusa, un tempo giramondo e poi dimenticata, potrebbe offrire il suo prezioso patrimonio genetico in un mondo sempre più caldo e assetato.
Link, fonti e proposte
- Questo brevissimo video di Canal Sur (in spagnolo) ci spiega come le leggi del mercato abbiano reso le nostre ovejas marismeñas più rare della schiva lince iberica.
- Ecco il link della pagina web della Asociación Andaluza de Criadores de la Raza Ovina Churra Lebrijana, ricchissima di foto della nostra pecora andalusa.
- Ecco la scheda della oveja churra lebrijana del Ministerio de Agricultura, Pesca y Alimentación spagnolo.
- Sempre di Canal Sur, ecco un video un po’ più lungo che colloca la rara pecora marismeña – per lo meno la sua popolazione che sopravvive ai confini di Doñana – nel territorio che la custodisce.