Un ciclo di incontri ospitato dall’Università di Malaga è l’occasione per scrivere di quello che fu un innovativo comico andaluso: Chiquito de la Calzada.

Fistrosofía - Chiquito de la Calzada
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Malagueño universale.

A metà di Novembre 2024, Malaga ha celebrato uno dei suoi figli più noti con una serie di incontri, a metà strada tra la compostezza di un ciclo di conferenze e lo spirito di un tributo.

La parte seria del racconto si prendeva cura della descrizione di una storia, che è quella di un artista, della sua città e di un intero Paese.

La parte divertente riguardava l’immersione nell’universo comico che quest’uomo, Don Gregorio Esteban Sánchez Fernández, fu capace di generare, insinuandosi nel patrimonio, popolare e universale, della comicità iberica.

Divenne un mito; negli anni Novanta la Spagna aveva imparato i suoi tormentoni e a parlare come lui.

Era ovunque: in televisione, al cinema, persino sui pacchetti delle patatine.

Il troppo stroppia, ovviamente, e il Paese, senza poterne dimenticare le espressioni, se ne stancò, per riscoprirlo, in qualità di maestro dell’umore nazionale, negli ultimi anni della sua vita.

Don Gregorio Esteban Sánchez Fernández è Chiquito de la Calzada (“il piccoletto della strada”).

La fistro-sofia.

Un ciclo di incontri su Chiquito dicevamo, ospitati nel corso del festival Moments, e tenuto niente meno che negli spazi dell’università di Malaga.

Si è dibattuto sull’influenza che il personaggio di Don Gregorio ebbe sulla Spagna del suo tempo e l’eredità umoristica lasciata al Paese.

Un malagueño eccezionale, ma estremamente umile e umano, pur sotto i riflettori della fama nazionale.

Il ciclo di tre incontri si proponeva di analizzare l’eredità di Chiquito de la Calzada, come captata da diversi contesti artistici (fumetti, videogiochi, musica, graffiti); di come il mondo dal quale proveniva sia mutato intorno a lui e di come il personaggio da lui creato sia riuscito a divenire un fenomeno culturale popolare e un’icona senza tempo, locale e universale.

Nella sezione Link, Fonti e Proposte troverete il programma dell’evento, tutti i relatori e i protagonisti di questo primo ciclo di “Fistrosofía. Jornadas de estudio y reflexión en torno a la figura de Chiquito de la Calzada”.

La parola fistrosofía è un ingegnoso pasticcio, ottenuto assemblando l’eterno termine “filosofia” e l’inintelleggibile neologismo chiquitianofistro”.

Capiremo se, presentando brevemente qui sotto l’uomo e il personaggio ad esso legati (il pecador de la pradera, come Chiquito de la Calzada definiva indistintamente la sua maschera e buona parte degli esseri umani), riusciremo a rendere più comprensibile l’ibrido concetto.

Da La Trinidad a Tokyo, e ritorno.

Gregorio Esteban Sánchez Fernández nasce nel 1932 nella calle Calzada de la Trinidad di Malaga, luogo che finirà nel suo mote (parola spagnola che significa “soprannome”) come spesso accade per gli artisti andalusi, soprattutto nell’ambiente del flamenco.

Cantante, e palmero (in sostanza: la figura che genera il ritmo battendo ad arte le mani), grazie alla musica, negli anni Settanta arriverà – al seguito di un gruppo – fino in Giappone.

Nel corso degli anni il comico ricorderà più volte gli agrodolci aneddoti, romanzatissimi, del frugale tour giapponese, e il Paese del Sol Levante influenzerà la sua maniera di raccontare storie.

Nei suoi successivi interventi televisivi compariranno goffi movimenti di karate, inchini e – almeno nominati – lottatori di sumo.

Fu viaggio sorto per passione, ma soprattutto per necessità.

La tournée fu lavoro e sacrificio: inseparabile dalla sua sposa Pepita, e legato alla sua terra, Gregorio non parlava una parola di giapponese (ma qui la sua gestualità, fuori dal comune, gli venne in aiuto) e per nulla amava gli aerei.

Genio y Figura.

Chiquito diventerà famoso – anzi: famosissimo – a metà degli anni Novanta, di fronte alle telecamere della rete televisiva Antena 3, che aveva debuttato una manciata di anni prima.

Il programma si chiamava “Genio y figura” e consisteva in una sorta di gara di barzellette, raccontate da una serie di invitati.

Tra questi c’era un paffuto sessantenne andaluso dallo sguardo severo, dalle vistose camicie, una fronte altissima, basette e con i capelli lunghi pettinati all’indietro.

Sanguigno, politicamente poco corretto, irruento, diretto: il suo materiale proveniva dalla strada, dai bar.

Nonostante questo, era inevitabile fissare i movimenti incontrollati di questo strano personaggio e non resistere alle risate che i suoi monologhi, le sue pause, le sue espressioni generavano.

Fu una rivoluzione: raccontava storielle tratte dal repertorio popolare, rispolverando l’intero campionario di personaggi iconici delle barzellette spagnole.

Stereotipi spesso trascinati – metaforicamente – sul palco senza un preciso legame con il contesto del monologo, e neppure tenendo minimamente conto del ruolo loro imposto da generazioni di burle.

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La voce. Dagli spalti, improvvisamente, esplodeva una voce tonante e severa, che dalla prima sillaba aveva già fatto ridere tutto il pubblico.

 Gregorio, cantante, sapeva usare la potenza della sua voce, dandole carattere e forza espressiva.

I movimenti. Chiquito sul palco non rimaneva mai fermo: dopo essere balzato in piedi dalla sedia, simulando un generale dolore articolare (“no puedo, no puedo”), si spostava da un lato all’altro dell’arena televisiva, accennando passi di danza, goffe mosse di karate, cantando strofe delle coplas più note e battendo le mani, come in una spontanea esibizione di flamenco da bar.

Muovendosi generava lo spazio del suo racconto, enfatizzando il movimento dei personaggi del monologo.

E poi la lingua: per chi impara il castigliano, affrontare un video di Chiquito de la Calzada può essere una vetta durissima da scalare.

La difficoltà non è l’accento: Gregorio parlava sì andaluso (habla spesso associata all’ironia, al buonumore e alla satira), ma la sua cadenza non è mai stata particolarmente stretta.

 Il grande lavoro del comico è stato quello di inventarsi un linguaggio nuovo, tutto suo.

Decine di neologismi e tormentoni, totalmente assenti dai dizionari di Madrid, gli permettevano di dire, in prima serata e davanti a tutto un Paese, cose altrimenti poco raccomandabili.

Come aveva dovuto fare nel suo Giappone degli anni Settanta – quando non capiva niente e nessuno –  si era creato un linguaggio sovraculturale da battaglia basato sull’espressività del volto, del corpo e della voce, con il quale operava nei suoi monologhi umoristici.

I can’t do more.

I neologismi e le espressioni, inventate di sana pianta o distorte da Chiquito, avevano dato origine a una creativa lingua da palcoscenico – spontanea, all’apparenza – con le sue regole, i suoi proverbi, i suoi intercalari, i suoi insulti.

Forgiando la parola “fistro” (che utilizzava per descrivere delle generiche parti intime, ma usata anche come poco credibile offesa) Chiquito de la Calzada riusciva sdoganare barzellette goliardiche che altrimenti sarebbero potute suonare estremamente volgari e spiacevoli.

Secondo lo stesso Chiquito, anni dopo il suo boom televisivo, la parola “fistro” gli sarebbe sorta interiormente (“nació en mi, en el año Cuatro”), e avrebbe avuto un carattere universale.

Fistro non è l’unico esempio noto al popolo spagnolo.

Altre alterazioni del linguaggio sarebbero divenute suoi cavalli di battaglia, come ¿Comorrr? (¿como? “come?”) o ¿Te da cueen? (¿te das cuenta? “ti rendi conto?”), presto imitati in ogni angolo del Paese.

Il Gregorio showman rubava parole anche da altre lingue: capitava di sentirgli dire l’italiana “bambino” al posto di niño, oppure di distorcere frasi inglesi (espediente già visto nella tradizione portuale andalusa, come nell’espressione Al liquindoi: derivata dalla storpiatura della pragmatica “look and do it”, ascoltata dai marinai inglesi sulle coste andaluse dal Diciottesimo Secolo in poi), dando così vita ad espressioni quali Condemor (da I can’t do more, spesso associata al – già visto – No puedo).

Alcune sue frasi bastavano per inquadrare il tempo della barzelletta (“se veían ranas con cantimploras”: si vedevano rane con la borraccia, ad indicare un’estate secca e cocente), l’ambientazione dell’aneddoto in tempi antidiluviani (“Cuando nací yo, no había niños, jugaba solo.”) o situazioni socio economiche sfavorevoli (“Freía huevos con saliva”, ovvero: friggeva le uova con la saliva, perché l’individuo in questione, evidentemente, non poteva permettersi l’indispensabile olio).

Accennando un breve tema da Far West, Chiquito poteva fare intendere che i suoi personaggi si stavano spostando da un luogo a un altro (“Siete caballos vienen de Bonanza”) o, annunciando il suo emblematico “Al ataqueee!” (all’attacco!), che i personaggi si sarebbero avventurati in un qualche tipo di impresa.

Sono solo alcuni dei numerosi esempi divenuti celebri in quegli anni.

Il peccatore della prateria.

All’apice del successo televisivo prese parte, gallina dalle uova d’oro, ad una serie di film ricamati intorno alla sua figura.

I primi due raccontavano le improbabili avventure di un conte (el Conde Mor, guarda caso) alle prese con i pericoli del Far West (la famosa prateria – in realtà almeriense – spesso citata nei suoi chistes) e di un castello pieno di vampiri.

Nel terzo, un po’ meno frivolo e vagamente basato sulla figura di Gregorio, recitava la parte del nonno di un gruppo di ragazzi di strada.

Appare – come comparsa – in altre commedie; Chiquito recita – se così si può dire – persino nei minuti finali di un trailer, interagendo con Leslie Nielsen.

Era evidente che l’incontenibile personaggio poco si prestasse ai tempi e ai modi del grande schermo o, più semplicemente, a un copione.

Televisione, cinema, pubblicità: negli anni del boom chiquitiano sulle reti spagnoli venivano emesse persino sue esagerate parodie.

Gregorio Esteban Sánchez Fernández.

In tutto questo Gregorio rimase, a detta di chi lo frequentava, una persona con i piedi per terra e autentica.

Innamorato della sua amata città e della sua sposa Pepa, la sua figura (non soltanto il suo personaggio) si convertì col tempo in uno dei tanti patroni non ufficiali della sua terra.

Celebre ne è il ritratto che arricchisce il salone principale del suo ristorante preferito, lungo l’emblematica Calle Larios.

Naturalmente non tutto il Paese si riconosceva inizialmente in lui: il carattere carnascialesco delle sue apparizioni televisive infastidiva e annoiava una Spagna più sofisticata e meno popolare, o semplicemente stanca della rumorosa onnipresenza di un personaggio spremuto e rispremuto.

L’ultima fase di Chiquito, ormai anziano, fu quella del riconosciuto maestro comico: lo spirito, il carattere e i chistes erano quelli di sempre, ormai parte del mito, così come i refrain e i suoi modi di dire, ma aveva abbandonato gli appariscenti colori e le esagerate gestualità degli anni Novanta.

Curato ed elegante, con i suoi completi blu, tornava ad essere artista, piuttosto che personaggio.

Le interviste di questo periodo sono imperdibili: un dirompente amalgama di ricordi, aneddoti e storielle del suo repertorio.

Un parco, una statua, le medaglie.

La sua Malaga natale ora lo ricorda con un parco a lui dedicato, nel quale si erge una statua bronzea di Chiquito de la Calzada nell’atto di raccontare un chiste.

A Malaga è stato persino installato un semaforo pedonale commemorativo (che non ha una reale funzione viabilistica), nel quale l’omino luminoso simula i movimenti emblematici del comico, mentre un altoparlante nascosto sbraita la registrazione di alcuni suoi tormentoni, confondendo e divertendo i passanti.

Il suo volto appare in diversi graffiti apparsi, più o meno spontaneamente, in giro per la città.

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L’umile casa natale di Chiquito de la Calzada, nella strada chiamata Calzada de la Trinidad, di fronte alla chiesa e al convento della Santissima Trinità, ricordava le difficoltà dei suoi inizi.

Il quartiere della sua amata Malaga che il Gregorio aveva scelto era il Huelin, a due passi dal Mediterraneo, dove si trova la sua statua.

Imbattersi nel parco e nella statua non è difficile: basta lasciare il centro storico, incamminandosi verso occidente lungo la passeggiata marittima dedicata all’attore Antonio Banderas.

Vedrete la scultura, due metri di bronzo su un alto piedistallo, a due passi da La Térmica e proprio di fronte all’altissima ciminiera di mattoni, conosciuta come Torre Mónica.

Gregorio morirà a 85 anni, l’11 Novembre del 2017, sollevando la commozione, l’affetto e la nostalgia di un Paese che aveva riso con lui, l’aveva scimmiottato, aveva cercato di dimenticarlo e che era riuscito a ritrovarlo.

La città e la provincia di Malaga gli conferiranno – postumo – il titolo di Figlio Prediletto; premio che segue la Medalla de Oro al Mérito en las Bellas Artes del Ministero della Cultura spagnolo, nel 2017.

Di questa amata figura e geniale artista di Malaga, condensata con nostalgia e affetto in questo articolo, hanno trattato gli incontri sulla Fistrosofía di metà Novembre 2024.

Link, fonti e proposte