A Obejo si mantiene viva una tradizione antica: una danza armata che precede la processione del patrono della città.


Obejo e la sua danza.
Nel 2023 la Junta de Andalucía (ovvero l’organo che amministra la regione), ha dichiarato Bene di Interesse Culturale (Bien de Interés Cultural, o BIC) un particolare ballo che avviene solo tre volte all’anno e solo in un piccolo centro della provincia di Cordova.
Siamo a Obejo, un paese di nemmeno duemila abitanti a pochi chilometri a nord del capoluogo, con il suo saliscendi di stradine circondate da ondulate campagne.
Qui si mantiene viva una tradizione che ha origini antichissime e che si crede risalire ai tempi delle popolazioni celtibere, ben prima dell’arrivo dei Romani in queste terre.
Un mantello di euro.
È conosciuta come la Danza de las Espadas (la danza delle spade) e si svolge solo tre volte all’anno: la domenica più vicina al 17 gennaio, quella più vicina al 24 marzo e durante le feste di luglio, in occasione delle due fasi della romería locale dedicata a San Benito.
Come in molte manifestazioni religiose andaluse, la statua del santo viene portata in processione per le strade della cittadina tra una folla di fedeli e curiosi.
Una peculiarità di questa processione è che il mantello del santo è interamente rivestito di banconote donate dai devoti.
Avete capito bene: della statua, solo la testa riesce ad affiorare da una colorata montagna di cartamoneta; soldi che verranno utilizzati per la manutenzione della ermita (eremo) intorno alla quale si svolge la romería.
Trentatré spade.
Il mantello di banconote non è l’unico dettaglio degno di nota.
Durante la processione di Obejo, la marcia del patrono – il cui trono è portato sulle spalle dei cittadini – è preceduta da un insolito corteo.
Troveremo un gruppo di trentatré uomini di tutte le età, vestiti con abiti tradizionali: una camicia bianca, una giacchetta nera sempre aperta, dei pantaloni marroni e una fascia rossa in vita.
Tutti brandiscono una spada di ferro battuto.
I trentatré (trentadue, più el maestro, ovvero il loro capitano) sono pronti a dare vita alla memoria di un’antica danza guerriera, cristallizzata in forme simili alle odierne verso la fine del Medioevo.
È la bachimachía, conosciuta popolarmente come El Patatú.
Accompagnati da flauti, tamburelli, chitarre e fisarmoniche, i guerrieri si esibiscono in passi studiati e ripetuti a lungo, brandendo ciascuno la propria spada.
El Patatú.
Il momento più significativo dell’esibizione è il cosiddetto incruento ahorcamiento (impiccagione) o degüello (sgozzamento) del maestro di cerimonie.
È il patatús (patatú) che dà il nome all’intera coreografia.
Tutti i partecipanti si stringono in cerchio intorno al maestro, intrecciando le loro spade attorno al collo della guida, simulando un’esecuzione.
La simbolica fine del maestro è seguita dalla sua liberazione e fuga, che rompe il cerchio di spadaccini e ricompone le fila del gruppo.
La domata processione armata può così essere ricondotta, insieme al santo, all’interno della chiesa.
Simbologia, musica e zucchero.
L’impiccagione e rinascita del maestro di questo rituale antico può avere differenti interpretazioni: per i Celti poteva simboleggiare la morte del capo nemico, mentre per i Visigoti, che seguirono i Romani dopo la caduta del loro impero, rappresentava l’ascesa del condottiero, sollevato su una colonna di spade.
La danza delle spade è meno cruenta di quanto potrebbe sembrare.
Musica e buñuelos, dolci ricoperti di zucchero che vengono distribuiti a cerimonia conclusa, ricordano il tono festivo di questa antica e unica coreografia armata, considerata parte del patrimonio immateriale andaluso da preservare.
Link, fonti e proposte
- La radio e televisione andalusa Canal Sur racconta, sulle sue pagine, i peculiari festeggiamenti di Obejo per San Benito, spiegando cosa sia il tradizionale Patatú.
- El Ayuntamiento de Obejo (il comune della cittadina) accenna alla storia della sua Danza de las Espadas.
- Il quotidiano locale Diario Córdoba mostra il momento saliente de El Patatú: l’accerchiamento del maestro, el ahorcamiento, la sua liberazione e il conseguente ritorno all’ordine nella colonna che si dirige, sempre danzando, verso l’eremo.