El Callejón del Duende di Cadice: una tragica storia d’amore, di folletti, briganti e di inspiegabili ispirazioni artistiche.


El Callejón del Duende.
In pieno centro storico della millenaria città di Cadice c’è uno strettissimo vicolo.
È inaccessibile: un cancello di metallo lo protegge dai curiosi.
Si chiama Callejón del Duende (“vicolo del folletto”, ma vedremo che la parola “folletto” è solo una delle possibili interpretazioni) ed è la quinta di una nota leggenda popolare.
El Pópulo e la Posada del Mesón.
Ci troviamo in pieno barrio de El Pópulo: un quartiere antichissimo, il più antico dell’intricato mosaico di strade e piazze di Cadice, stretto tra le sue due cattedrali e il teatro romano.
Il Callejón del Duende si apre lungo la via Calle del Mesón, che prende il nome da una locanda storica: l’omonima Posada del Mesón, risalente al Seicento.
Nella Cadice città d’andirivieni di marinai, il mesón serviva a quello: a essere un porto nel porto, ovvero una taverna con cibo, vino e con alloggi ai piani superiori.
La parola mesón affolla le insegne dei ristoranti andalusi anche al giorno d’oggi: dal punto più occidentale della provincia di Huelva a quello più orientale d’Almeria non è difficile trovare mesones che servono piatti regionali e cucina tipica.
Assedi ottocenteschi.
Gli avvenimenti che fanno da sfondo al nostro racconto popolare sarebbero legati all’invasione francese della penisola.
Siamo quindi all’inizio dell’Ottocento, periodo rimasto impresso nella memoria collettiva di un popolo che, fino a qualche decennio prima, solcava i mari e amministrava le terre di mezzo pianeta.
Abbiamo accennato a questi cupi anni in almeno un paio di occasioni (come quando scrivevamo dei piticos de barro di Andújar, e della distruzione della chiesa di Villaluenga del Rosario).
Napoleone aveva conquistato praticamente tutto il Paese; resisteva Cadice, la fortificata città-isola, collegata al continente da una sottile striscia di terra, porto di un impero in declino.
Qui, durante il lungo assedio, nel 1812 il governo emanò la prima, effimera, costituzione, soprannominata La Pepa perché promulgata il giorno di San Giuseppe (in spagnolo “Pepe” è il diminutivo del nome José, ovvero Giuseppe).
Un soldato.
Dunque: gli eserciti napoleonici premevano sulle inviolate mura di Cadice e la città – che era tutto ciò che rimaneva della Spagna indipendente – resisteva strenuamente all’assedio.
Il racconto vuole che un soldato francese fosse riuscito, in qualche modo, a eludere le barriere gaditane e a nascondersi nel denso centro storico.
Tra vicoli e taverne – si racconta – questi avrebbe conosciuto una donna gaditana e tra i due, pare, sarebbe scaturito un travolgente amore.
Lo strettissimo e oscuro vicolo avrebbe offerto loro un sicuro nascondiglio per i loro incontri.
O almeno così credevano.
La storia non finisce bene.
I due sarebbero stati scoperti e l’innamorato invasore sarebbe stato immediatamente messo a morte.
Le sorti della ragazza gaditana (ovvero di Cadice, dal nome romano della città: Gades) seguiranno corsi diversi, a seconda di chi racconta i romanzatissimi fatti.
Qualcuno vorrebbe che anche lei, in quanto traditrice della patria, avrebbe seguito le sorti del suo amante, venendo presto giustiziata.
Per altri, la donna sarebbe stata risparmiata, solo per morire di dolore di lì a poco.
E, visto che non deve mai mancare un tocco soprannaturale in un racconto già fantasioso, c’è chi giura che, alcune notti, i lamenti dell’inconsolabile popolana riecheggino ancora tra gli stretti muri del Callejón del Duende.
El Duende e i duendecitos.
La stradina del Duende è uno scorcio suggestivo, e qualche passante non esita a lanciarvi una moneta, come si fa per la fontana di Trevi, nella speranza che qualche desiderio si avveri, o almeno, di poter tornare a Cadice.
Il nome del vicolo deriverebbe da quello di un noto trafficante e contrabbandiere, che era conosciuto con il soprannome de “El Duende”.
Il riparato e angusto vicolo sarebbe stato un luogo ideale per le sue illecite attività.
Quanto al significato della parola duende: anticipavamo che il termine descrive un folletto o uno spiritello.
Sono figure immaginarie che abiterebbero le case iberiche e che sarebbero più o meno dispettose.
Per vederne qualcuno degnamente ritratto, il celebre pittore Francisco de Goya, tra gli altri, rappresentò a fine Settecento alcuni tetri duendecitos (“follettini”) nella serie di incisioni Caprichos .
Il duende nell’arte.
Ma in Andalusia il duende è anche qualcosa di più: è una sorta d’inspiegabile spirito ispiratore, che pervade l’artista e lo trascina nell’espressione della sua arte.
Il grande scrittore granadino Federico García Lorca lo differenziava dall’ispirazione divina, o dalla maestria nutrita con il continuo perfezionamento.
Il duende che assale l’artista sorge dal dentro, dalle sue lotte interiori, è un incontrollabile spirito della terra, è legato alla passione, al sangue.
Il duende, in questa accezione, è inscindibile dal mondo del flamenco: assale il musicista o il ballerino prendendo il controllo della sua tecnica, della sua voce, del suo corpo.
In Andalusia “tener duende” è un’espressione positiva comune, e si dice di qualcuno o qualcosa in grado di incantare, attrarre, stregare.
Proprio questo tipo di duende – non il ricordo di un brigante o il pensiero di spiritelli beffardi – imbeve il piccolo vicolo sigillato a lui dedicato, ma anche la sua antichissima città, porta degli oceani e dei continenti, e l’intera terra che la protende, orgogliosa, verso le acque di un mare sconfinato che ne fu la fortuna.
Link, fonti e proposte
- Il quotidiano locale Diario de Cádiz racconta – in spagnolo – la sfortunata ottocentesca storia d’amore citata nel nostro articolo, il cui ricordo ancora aleggia nel Callejón del Duende.
- Canal Sur ha dedicato un intero servizio al Callejón del Duende di Cadice e all’affascinante quartiere de El Pópulo. In questo breve video (in spagnolo) ne racconta storie e leggende.
- Il quotidiano ABC cerca di spiegare, partendo da uno studio scientifico del 2022, cosa sia il duende che assale un artista.