Un centro della provincia di Jaén è in prima linea nel ripopolamento del quebrantahuesos, una specie un tempo estinta in Andalusia.

Centro de Cría del Quebrantahuesos Guadalentín_Quebrantahuesos
Mappa_Centro de Cría del Quebrantahuesos Guadalentín
Estinto.
L’animale di cui scriveremo oggi è uno di quelli che se l’è vista brutta.
Non solo in Andalusia, nella quale era stato dichiarato estinto alla fine degli anni Ottanta del Novecento, ma in buona parte del continente, Italia compresa.
E questo nonostante i paesaggi andalusi siano perfetti per la sua sussistenza: monti scoscesi ricchi di cavità naturali, ampi pianori e abbondante vita animale.
Il rompi-ossa.
Parliamo del quebrantahuesos, un maestoso avvoltoio, il più grande tra quelli che sorvolano i cieli europei.
Il nome spagnolo del rapace è estremamente didascalico e descrive in maniera minuziosa ciò che al pennuto piace fare.
La parola è composta dal verbo quebrantar (rompere) e huesos (ossa).
Ovvero, più o meno, spaccatore di ossa.
In Italia viene comunemente chiamato gipeto, ma è noto anche con i nomi di avvoltoio degli agnelli e avvoltoio barbuto.
Ossa, barba e agnelli.
Scrivevamo che il quebrantahuesos era scomparso dai cieli andalusi.
L’enorme rapace venne decimato tramite esche avvelenate, lasciate dalla popolazione per frenare la diffusione dei predatori del bestiame.
Le esche non erano espressamente pensate per lui: il pasto del nostro avvoltoio è infatti costituito principalmente da ossa (è una delle poche specie osteofaghe del continente) e difficilmente si sognerebbe di rapire agnelli e capretti, se non in condizioni estreme.
Il nome spagnolo calza quindi a pennello per il protagonista di questo articolo, anche a causa di un suo ingegnoso comportamento.
Mentre riesce a rompere e inghiottire le ossa più piccole, per quelle più grosse si affida alla gravità.
Le afferra, si alza in volo e le lascia cadere sulle rocce sottostanti, affinché vengano fratturate in porzioni più gestibili.
Ora è chiaro che il nome “avvoltoio degli agnelli” sia piuttosto fantasioso, mentre è decisamente più consona l’alternativa di “avvoltoio barbuto”.
Il gipeto è interamente coperto di penne piume.
Il corpo è bruno grigiastro, il collo e la testa color avorio, da cui emergono degli arruffati ciuffi neri che marcano due occhi spiritati e si ricongiungono sotto al becco adunco a formare una sorta di barba brizzolata.
Gli occhi sono del color del ghiaccio, bordati di un rosso intenso.
L’apertura alare arriva, addirittura, fino a due metri e ottanta, contro i nemmeno due metri e mezzo della più nota e comune aquila reale.
Il Centro de Cría Guadalentín.

Da qualche anno il raro rapace è tornato a librarsi sulle terre andaluse, grazie agli sforzi di un centro sorto sui rilievi delle montagne orientali della regione, in pieno parco naturale di Cazorla, Segura y las Villas.

È il Centro de Cría Guadalentín, inaugurato nel 1996, circa una decina d’anni dopo che il quebrantahuesos era stato considerato estinto in Andalusia.
Questo centro di allevamento del gipeto fa parte di una più ampia rete europea di recupero della specie, della quale è uno dei nodi più efficaci.
Secondo lo staff, dal 25 al 40% di tutti i nuovi nati della rete proviene infatti da qui, anche grazie ad una metodologia di allevamento decisamente vincente.
Adozioni e svezzamenti.

In natura, ogni coppia di gipeti depone due uova a stagione, ma dei due pulcini soltanto uno riesce a sopravvivere alle prime ventiquattro ore dalla schiusa.

È un processo chiamato cainismo: il piccolo più robusto riesce ad attrarre su di sé tutte le attenzioni e il cibo dei genitori, lasciando morire di stenti il fratello.
Le coppie di uccelli del Centro de Cría Guadalentín sono invece in grado di crescere due o addirittura tre pulcini, dando una nuova opportunità ai secondi nati di altri nidi.
Tutto lo svezzamento avviene senza il contatto diretto con i tecnici del parco, affinché i piccoli avvoltoi, destinati a una vita in libertà, non si abituino alla presenza umana.
Raggiunti i novanta giorni di vita vengono ritirati dal nido, inanellati, marcati e trasportati nel loro habitat naturale: cavità nelle pareti rocciose dei rilievi.
I giovani pennuti verranno alimentati a distanza e si rinforzeranno fino al primo loro volo, identificando quel loro ultimo asilo, invece che il centro, come la loro casa, alla quale vorranno tornare per nidificare.
Lieto fine.

Tantissima strada è stata fatta dal giorno dell’estinzione della specie, negli Anni Ottanta, a quello della prima nascita di un pulcino nel centro (nel 2002), e ancora fino al primo piccolo nato in completa libertà in Andalusia, nel 2015: una femminuccia ribattezzata con il simbolico nome di Esperanza (Speranza).

Era solo l’inizio.
Secondo i dati forniti dai ricercatori del centro di Guadalentín, dall’apertura della struttura sono stati liberati una novantina di esemplari di gipeto nei cieli andalusi, di cui ora, includendo quelli nati in libertà, una settantina volano sulle terre della regione.
Il gipeto è tornato a volare anche sulle Alpi, dal quale era stato dichiarato estinto agli inizi del Novecento, proprio grazie a progetti di recupero e liberazione come quello descritto nell’articolo.
Il nostro massiccio mangiatore di ossa ha una seconda opportunità di svolgere il suo particolare ruolo ecologico e scrivere un nuovo capitolo della sua storia, condividendo le sue montagne con chi ha smesso di considerarlo una minaccia, riconoscendolo invece come una presenza preziosa da custodire.
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