Le analisi chimiche di un antico profumo rinvenuto in un mausoleo di Carmona rivelano l’insospettabile passione dei Romani per il patchouli.

Il profumo di Carmona
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Carmona.

Ci sono luoghi, che per una ragione o per l’altra, hanno attirato gli esseri umani fin dagli albori della loro epopea.

Uno di questi è una collina sospesa su una pianura sterminata, ad una trentina di chilometri da quella che oggi è Siviglia.

E’ Carmona: popolata dai nostri antenati fin dal Neolitico e da allora mai abbandonata. Si sono susseguite civilizzazioni, lingue e bandiere, ma Carmona c’è sempre stata.

La Carmo romana.

I Romani la chiamavano Carmo, e venne citata niente meno che da Giulio Cesare che, nel suo De Bello Civili, affermava che questa fosse la città più forte di tutta la provincia (“Carmo, quae est longe firmissima totius provinciae civitas”).

Di quei tempi rimangono imponenti porte nella cinta muraria della città, i resti di un anfiteatro e la necropoli più vasta della penisola, tanto vasta da affiorare accanto agli edifici della Carmona contemporanea.

Il Comune dispone di un team di archeologi municipali che si occupano di conciliare passato e presente evitando che il patrimonio ancora sepolto venga danneggiato.

Il ritrovamento.

Proprio durante i lavori di ristrutturazione di un edificio in calle Sevilla – la strada che esce dalla cittadina in direzione del capoluogo lambendo il complesso archeologico – nel 2019 ci si accorge della presenza di un grande mausoleo sepolto dalla storia. Un foro, che diventa un tunnel, che porta ad una camera ipogea.

Come afferma uno degli archeologi del Ayuntamiento – Juan Manuel Román Rodríguez, responsabile della scoperta – il team incappò in una sepoltura monumentale in uno stato di conservazione eccezionale, del tutto risparmiata da spoliazioni antiche e moderne.

Era il mausoleo voluto da una ricca famiglia romana risalente al primo secolo della nostra era: un’angusta camera sepolcrale arricchita da nicchie nelle quali vennero deposte le spoglie mortali di tre uomini e tre donne.

Come era d’uso a quei tempi, i resti dei sei Romani andalusi furono cremati e conservati in urne, nelle quali vennero disposti oggetti rituali.

Tra questi, ciò che rimane di una borsa di tela contenente delle perle di ambra e un contenitore di piombo a forma di uovo che nascondeva una sorpresa ancora più inattesa.

L’unguentarium.

Nell’urna – appartenente ad una donna dall’età compresa tra i trenta e i quaranta anni  – gli archeologi rinvengono un unguentarium romano.

Non sono rinvenimenti rari: i balsamari sono dei piccoli contenitori di vetro soffiato nei quali un tempo si conservavano oli profumati e balsami, che fanno bella mostra di sé nelle vetrine di vari musei.

La particolarità dell’unguentarium di Carmona è che, per prima cosa, non è di vetro. È una piccola fiala a forma d’anfora scolpita nel cristallo di rocca, un quarzo trasparente particolarmente difficile da lavorare e per questo destinato alle classi più abbienti.

E, soprattutto, il contenitore carmonense era ancora perfettamente sigillato: un tappo impregnato di un materiale bituminoso proteggeva dai tempi dell’Antica Roma le tracce solidificate di un profumo vecchio più di duemila anni.

Le analisi.

Data la straordinarietà del rinvenimento, l’ampolla viene inviata alla facoltà di chimica dell’Università di Cordova per essere analizzata.

Come ci si aspettava – e come descritto da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia – ogni profumo antico che si rispetti era formato da due componenti: una base (un olio vegetale che legava la sostanza alla pelle, in questo caso olio d’oliva di cui la provincia della Betica era esportatrice) e un’essenza, che dava al liquido il suo aroma finale e che variava a seconda dei gusti e del portafoglio dell’acquirente.

Un’essenza inattesa.

Con grande sorpresa si scopre che l’essenza del profumo di Carmona proveniva da una pianta originaria di terre lontane: il patchouli, estratto dalle foglie essiccate dell’arbusto tropicale Pogostemon cablin.

Piuttosto comune nei cosmetici contemporanei, non si sapeva che il patchouli profumasse anche la nobiltà e i riti funebri dell’antica Roma.

Gli scienziati azzardano anche che l’estrema efficienza del tappo possa indicare che unguentarium e profumo provenissero da aree lontane dell’impero e che dovessero quindi essere preparati per conservare e proteggere il costoso contenuto durante il lungo viaggio verso la Betica.

Le conclusioni delle analisi chimiche del profumo di Carmona sono state pubblicate sulla rivista scientifica “Heritage” a fine Maggio del 2023, corredate di foto degli ambienti ipogei della sepoltura e degli oggetti in essa rinvenuti.

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