Il gallo de Morón è il protagonista di un antico detto spagnolo, che ha origine da un racconto ambientato nella un tempo turbolenta cittadina sivigliana di Morón de Frontera.

Il Gallo di Moron
Mappa_Moron de la Frontera
Una statua, anzi due statue.

Se dovesse capitarvi di guidare attraverso il centro di Morón de la Frontera – una cittadina all’incirca a metà strada tra Siviglia e Ronda, non potreste non vedere il protagonista di questo articolo.

In mezzo ad una rotonda, proprio di fronte alla Plaza de Toros – e grande come un dinosauro – si erge una statua di metallo raffigurante un gallo. Oltre al soggetto dell’opera e alle sue dimensioni, incuriosisce l’assenza di piume dell’animale, che lo fa assomigliare più ad un minaccioso pollo spennato che al variopinto e fiero re dell’aia.

La statua è una versione recente – e meno figurativa – di una scultura più o meno a grandezza naturale installata su un piedistallo nel bel mezzo di un parco cittadino. L’area, da cui si ha una vista eccezionale della città, è stata battezzata proprio Paseo del Gallo, in onore a questo celebre uccello.

Chi era questo gallo, e come ha fatto a diventare uno dei simboli della città di Morón de la Frontera?

Il refrán.

Il gallo di Morón è il protagonista di un noto refrán – un modo di dire – spagnolo che recita:

“Anda que te vas quedando como el gallo de Morón, sin plumas y cacareando en la mejor ocasión”.

Che equivale, grosso modo, a: “farai la fine del gallo di Morón, nel migliore dei casi sbraitando e senza piume”.

Il significato del refrán del gallo di Morón.

Questo detto è uno scherzoso ammonimento diretto a chi, esasperante nei modi e nei toni e avendo superato ogni tollerabile limite alla pazienza, sarebbe sul punto di subire una bella batosta. Più o meno figurata.

Un po’ come il gallo della statua: senza piume e con il becco ben spalancato.

Il racconto popolare all’origine del detto.

La Morón de la Frontera del Sedicesimo secolo era divisa in due fronti rivali tra i quali non correva buon sangue. I racconti vorrebbero che le liti fossero all’ordine del giorno e – per mettere una fine a questo stato di guerra continuo – la Real Chancillería di Granada decise di inviare a Morón un giudice.

Il giudice scelto per svolgere l’incarico, che in altre versioni della storia sarebbe stato un esattore, era un tale Juan Esquivel (omonimo di celebri personaggi del tempo) ed era conosciuto per i suoi modi bruschi.

Un compito difficile.

Il funzionario in questione era un severo uomo di Stato che avrebbe avuto il compito di ficcare il naso nelle bellicose dinamiche locali. Esquivel era l’uomo perfetto per riportare l’ordine a Morón: la sua celebre prepotenza l’aveva già reso protagonista di un’altra cantilena:

“Donde estuviese Esquivel no cantaba más gallo que él”.

Ovvero: “Se c’è in giro Esquivel non cantano altri galli”. E di qui il suo soprannome (immagino che ne avesse più di uno, e questo sia l’unico trascrivibile): il Gallo.

Il Gallo e il pollaio.

La presenza in paese del giudice non fu ben tollerata dai signorotti locali; inoltre la sua ruvida attività di controllo e i suoi modi aspri risultarono decisamente poco digesti alla popolazione.

Che fine fece il cosiddetto Gallo di Morón che – come puntualizza l’Ayuntamiento della città nel suo sito – non era un vero gallo e non era neppure di Morón?

Le piume.

Come in altre storie simili del Cinquecento andaluso, in cui il pueblo vessato dal potere reagisce con inseguimenti e bastonate, il nostro severo funzionario reale venne catturato dai cittadini, portato in un campo fuori città, denudato e sonoramente bastonato.

Il giudice – fino a quel momento altero e presuntuoso – si ritrovò fuori dalle mura della città insorta, solo, “spennato” ed urlante.

Se ripensiamo ad un’altra versione del racconto che mostrava il Gallo come un esattore mandato da Granada, la metafora delle piume sottratte ci rimanda all’istante al denaro dei moronenses, recuperato e messo in salvo dalla popolazione, mentre il secco aguzzino strillava in lontananza, nudo nel bel mezzo della campagna.

La Real Chancillería de Granada.

La storia del gallo de Morón è un racconto popolare, ma con alcuni elementi reali di fondo.

Citerei la Real Chancillería de Granada, che avrebbe inviato Esquivel a Morón de la Frontera per risolvere i suoi problemi di ordine pubblico. La Real Chancillería era un organo giuridico – fondato da los Reyes Catolicos nel Cinquecento e abolito nell’Ottocento; una sorta di tribunale impiantato nella recentemente riconquistata città di Granada con giurisdizione sul sud della penisola.

L’edificio rinascimentale che la ospitava è maestoso: oggi sede del Tribunal Superior de Justicia de Andalucía, si affaccia sulla Plaza Nueva, immediatamente prima della Carrera del Darro e del seguente Paseo de Los Tristes, all’ombra della collina su cui sorge l’Alhambra.

Morón de la Frontera.

Anche le due statue del Gallo a cui facevamo riferimento sono reali.

L’ultima arrivata, d’acciaio e pesante, secondo le fonti, una tonnellata, risale agli anni Novanta del Ventesimo Secolo.

L’originale è del 1916, è di bronzo e pesa un centinaio di chili. Alle sue spalle si apre il panorama del castello e del pueblo che sorge ai suoi piedi, da cui spunta il campanile della maestosa chiesa di San Miguel.

Come accade in altre cittadine andaluse (per esempio Carmona e Ecija), anche questa torre richiama le forme dell’immensamente più grande Giralda di Siviglia.

Il campanile sivigliano della Giralda è un po’ la cupola fiorentina brunelleschiana d’Andalusia: uno dei simboli architettonici che unificano una terra dai mille campanili e campanilismi.

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