Il Ficus macrophylla è il gigante verde australiano che adorna le calde città andaluse. E che ogni tanto finisce sui giornali.

Ficus de San Jacinto_Ficus del Mora
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L’albero della discordia.

Se ascoltassimo le notizie di questi giorni verremmo assaliti da continui aggiornamenti sul caso di una pianta divenuta – suo malgrado – una celebrità.

Parliamo del ficus de San Jacinto, un esemplare arboreo monumentale che vive nel quartiere sivigliano di Triana da ben 110 anni. Da prima dell’esposizione iberoamericana del 1929, per intenderci, quella che ci ha regalato l’iconica ed estremamente cinematografica Plaza de España.

Il Ficus macrophylla.

È un imponente Ficus macrophylla, specie originaria dell’Australia. In natura queste piante si propagano attraverso semi che giungono alla chioma di un albero ospite. Una volta accomodatosi su un ramo, il seme comincia a germinare, sviluppando delle radici aeree che si allungheranno fino al terreno in cerca di nutrimento. L’inerme vittima verrà pian piano avvolta da una selva di liane sempre più invadenti, per lasciare posto a lui: il nostro ficus strangolatore.

Sono piante dalle chiome enormi, con rami dal grande diametro capaci di svilupparsi quasi parallelamente al terreno. Le radici aeree, con la crescita della pianta, si convertono in veri e propri pilastri lignei che tentano – non sempre con successo – di sorreggere il gigante vegetale.

Mastodontici verdi esotismi.

Esemplari di queste esotiche piante approdarono ai giardini botanici di varie città europee ed americane tra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ventesimo, raggiungendo col tempo dimensioni ragguardevoli.

Per rimanere in Italia, esiste un ficus colossale nel giardino botanico di Palermo, per esempio, definito da Repubblica “l’albero più grande d’Europa”.

Il ficus di San Jacinto, Triana.

Il ficus della discordia, quello della parrocchia di Triana, arrivò a Siviglia nel 1913 portato da frati domenicani di ritorno da Puerto Rico e fu donato al convento dell’ordine al quale facevano riferimento.

Il ficus di San Jacinto di certo non si nascondeva: per trovarlo bastava attraversare il fotografatissimo ponte di Isabel II – l’accesso monumentale a Triana dal fiume Guadalquivir – camminare accanto alla cappella di mattoni e ceramica della Virgen del Carmen, il mercato coperto di quartiere e, ancora qualche passo, l’avremmo visto anticipare la facciata della chiesa di San Jacinto, da cui prese il nome.

Un regalo ingombrante.

Piantato nel recinto della chiesa – a poca distanza dalla facciata – cominciò, coccolato dalle temperature andaluse, a fare quello che sapeva fare meglio: espandersi, sia al di sopra che al di sotto del livello del terreno. Le radici sembrano da tempo aver raggiunto il tempio, ed i suoi rami hanno già causato problemi agli abitanti del quartiere.

I notiziari del 2021 riportarono la tragica caduta di uno dei rami dell’albero trianero, con conseguenti infortuni di differente entità per sei persone che si trovavano nei pressi della pianta.

Sono seguite diverse potature – tra cui quella effettuata nell’Agosto 2022 – che avrebbero dovuto fare da prologo ad un taglio più drastico del gigante verde.

Una pianta da prima pagina.

Stando al quotidiano ABC il ficus, sfiancato dall’estate calda e secca, da una salute non proprio perfetta, da assetate radici aeree che sembrerebbero aver cominciato a trarre nutrimento dal suo stesso fusto, e sospettato di stare causando danni strutturali alla chiesa alla quale appartiene, già vedeva avvicinarsi la sua fine sotto forma di motosega.

La motosega è comunque arrivata, per una prima vistosa potatura che ha ridotto la mole e l’orgoglio dell’albero.

Sono seguite proteste, cortei, petizioni con tanto di manifestanti incatenati e arrampicatori che sono riusciti a prolungare la vita del mutilo ficus.

Volutamente non ci schieriamo con nessuna delle parti in gioco, né ci addentriamo nel ginepraio delle responsabilità civili e morali: i fatti sono ancora in piena evoluzione e lo saranno per un bel po’.

Approfittiamo però – questo sì – del ritrovato interesse per i ficus monumentali per parlare di altri giganti verdi ospiti delle città d’Andalusia.

Una rotonda sul mare.

Anche Cadice ha i suoi ficus.

Di fronte all’attuale candido edificio della facoltà di Economia, da quella che appare come una comune rotonda affacciata sull’Oceano Atlantico – e quasi asfissiato da essa – emerge il ritorto ed esuberante fascio di fusti e liane che compone i pomposi grovigli legnosi del Árbol del Mora. Un’unica, immensa chioma che è in realtà composta da due alberi maestosi.

Gli alberi del Mora di Cadice.

La storia dell’arrivo di queste piante a Cadice è popolarmente legata a quella di due monache viaggiatrici d’inizio Novecento.

Le due religiose, che dall’India erano dirette al nord della Spagna, trasportavano quattro piantine di ficus tra le casse del loro bagaglio quando una delle due – all’altezza del capoluogo gaditano – si ammalò gravemente. Fu ricoverata nel nuovissimo ospedale locale – Hospital de Mora – dal quale non uscì viva.

Monache viaggiatrici e benefattori.

A quei tempi l’edificio che oggi ospita la facoltà di Economia era un ospedale: l’ospedale di San José, finanziato dal benefattore locale Jose Moreno De Mora.

La struttura prenderà ufficialmente il nome del suo patrono solo nel 1910: Hospital de Mora.

E l’edificio fu l’ultimo alloggio della religiosa. Alla sua morte si pensò che le piantine che venivano da lontano potessero essere adottate dalla città andalusa.
Due di esse non fecero molta strada, e vennero piantate proprio di fronte all’ingresso dell’ospedale, le altre due nella poco distante alameda (un largo viale popolato di alberi, letteralmente “alamos”, che sono i nostri pioppi).

Piccoli ficus crescono.

Foto dell’epoca mostrano le due timide piantine del Mora – ben distanziate tra loro – incorniciare la fiammante facciata del nuovo ospedale.
La differenza di proporzioni tra edificio e alberi con la situazione attuale è sorprendente.

Al giorno d’oggi questi due alberi, che col tempo hanno raggiunto rispettivamente i quasi dieci e i quasi undici metri di diametro, sono parte del patrimonio monumentale della città. I due contorti e fronzuti attirano bambini e turisti che non vedono l’ora di farsi scattare delle foto mentre si arrampicano entusiasti tra i loro rami più bassi.

Ficus macrophylla andalusi.

I tre ficus da poco descritti sono solo gli esempi più celebri di ficus in Andalusia.

Altri comuni ospitano esemplari di questa specie, come le quattro piante di Velez Malaga  – recentemente rimaste in tre in seguito alla morte di una di loro  – approdate in città agli inizi del Ventesimo secolo e da allora proprilei del Parque de Andalucía, o quelle di Jerez.

I ficus di Siviglia.

La stessa Siviglia ne ospita diversi esemplari – oltre al ficus della discordia di Triana – anch’essi ogni tanto colpevoli di qualche cedimento.

Li troviamo, barbuti con le loro radici aeree pendenti a regalare ombra e frescura alle nostre visite estive, in Plaza Cristo de Burgos, nel parco di María Luisa e nei giardini di Murillo o proprio di fronte al Museo di Belle Arti  e fare la guardia alla Real Fábrica de Tabacos.

Anche Plaza de la Encarnación – oggi celebre per i suoi funghi architettonici – ha i suoi ficus, che recentemente hanno causato qualche problema.

Ciclopici miraggi verdi di mondi lontani, con i loro rami immensi spesso puntellati da sostegni di metallo o cemento e con le loro barbe di liane, che adornano le nostre città, stretti tra facciate ed incastonati in piazze e rotonde. Ardite e contorte architetture vegetali che, proprio a causa della loro conformazione, richiedono cure continue e potature mirate per non divenire triste materiale per i notiziari locali.

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