La storia e lo stato di salute di un millenario cactus gigante che vive a Siviglia dai tempi dell’Expo ’92.

Il Saguaro della Expo '92
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ll saguaro della Expo.

Ci è già capitato di raccontare storie di piante eccezionali in pericolo, alcune delle quali proprio nel capoluogo d’Andalusia.

Oggi, il gigante verde in questione è un cactus millenario trasferitosi a Siviglia una trentina di anni fa e che – riporta la stampa locale – richiede cure e attenzione. 

Una presenza appartata, discreta ma imponente, che racconta una storia che attraversa continenti e decenni, giubilo globale e proteste d’oltreoceano. 

Per trovarlo dobbiamo attraversare il fiume Guadalquivir e dirigerci verso le monumentali rovine contemporanee di quello che fu il recinto della Esposizione Internazionale del 1992.  

È El Sahuaro de la Expo (il saguaro dell’Expo).

Uno dei giganti.

Sull’Isla de la Cartuja, accanto a quello che fu il Padiglione del Messico dell’Expo 1992, si trova un cactus alto una quindicina di metri, con 13 bracci spinosi e un peso di circa 18 tonnellate. 

È un coriaceo vecchietto di millecinquecento anni d’età: non male per questa specie americana, ma va detto che potrebbe essere – seppur sempre restando più antico di molte cattedrali –  ben più giovane.  

L’esemplare sivigliano venne donato dal Governo del Messico a Siviglia in occasione della sua Esposizione Universale

Proviene dalla Valle de los Gigantes, in Baja California, area desertica che prende il nome proprio dai suoi colossali custodi verdi.

Il complicato viaggio.

Il trasferimento del colossale saguaro, iniziato il 14 dicembre 1991, fu lungo e non privo di polemiche. 

In Messico si accesero proteste, che portarono alla sospensione temporanea dell’impresa nel gennaio 1992, a inizio della Expo imminente, e al coinvolgimento della politica. 

L’estrazione della pianta dalla sua millenaria zolla richiese ben tre gru, poi il caricamento su un camion a trenta ruote e infine un viaggio intercontinentale in aereo, con arrivo a Siviglia il 23 marzo 1992.

Tra strade dissestate, cerimonie agitate e aerei che non volevano saperne di decollare, non mancarono imprevisti e tensioni, tra i quali i tentativi di sabotaggio da parte di gruppi ecologisti che non volevano saperne di strappare un tesoro botanico nazionale al suo deserto. 

Sembra addirittura che una delle persone incaricate della sua ricollocazione sia rimasta intrappolata nell’aereo, per poi arrivare – a sorpresa – in Spagna insieme alla pianta.  

Nonostante tutti questi attriti e inconvenienti, il significato di questa donazione era comunque nobile, e indicava il profondo legame tra la Spagna e il Messico.

Un simbolo botanico unico.

Fatto sta che il cactus è infine arrivato in Europa, si è goduto le folle contente e accaldate dall’Expo ed è, a tutti gli effetti, andaluso da più di trent’anni.

Solo un quarantesimo della sua vita – secolo più, secolo meno – ma comunque un tempo significativo.

Questo anziano puntuto, la cui specie è scientificamente nota come Pachycereus pringlei, è considerato un esemplare unico da questa parte dell’Atlantico.

È una pianta grassa capace di sopravvivere in ambienti difficili, con pochissima terra e risorse, e ha saputo adattarsi egregiamente al suolo argilloso di Siviglia e alle stagioni andaluse.

Va detto che, in natura, gli esemplari di questa specie vivono generalmente molto meno e solo alcuni possono raggiungere età eccezionali come questa.

Grazie alle sue dimensioni, età e significato geopolitico, il nostro legnoso vecchietto messicano è stato capace di trovarsi un posto di tutto rispetto nell’inventario delle piante monumentali in aree urbane della regione.

Un equilibrio fragile da recuperare.

Negli ultimi anni, però, la situazione del cactus è andata deteriorandosi fino ad attirare l’attenzione dei sivigliani.

L’area verde che lo circondava è stata trasformata in una superficie pavimentata, causando problemi alle radici e un generale stato di sofferenza.

La Asociación de Defensa del Patrimonio de Andalucía (Adepa: un’associazione non governativa senza scopo di lucro la cui finalità è la tutela del patrimonio storico-artistico dell’Andalusia) ha denunciato la situazione, parlando di asfissia radicale, mancanza di manutenzione e atti vandalici.

Si tratta delle solite incisioni-ricordo, scritte e scarabocchi inflitte a punta di chiodo, chiave e coltello che affliggono molte grosse piante grasse in aree di passaggio.

Tra le richieste dell’associazione: ampliare lo spazio verde ai piedi del cactus, rimuovere il cemento, proteggere la pianta e installare un sistema informativo che ne racconti il valore.

Dopo oltre trent’anni dal suo arrivo in Europa, questo gigante continua a resistere, seppur puntellato e con qualche acciacco, ma il suo futuro dipende da scelte concrete e da una rinnovata consapevolezza del suo significato ecologico e simbolico.

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