Coria del Río e i suoi seicento abitanti che custodiscono nel loro cognome il ricordo di una eroica spedizione seicentesca. Sono i Japón andalusi.

I giapponesi di Coria del Rio
Mappa_Coria del Rio
Il fiume, una città e un cognome.

Esiste una cittadina a pochi chilometri da Siviglia dove più di seicento abitanti – su un totale di circa trentamila – hanno un cognome degno di nota: Japón. Giappone, insomma.

Siamo a Coria Del Río, e il rio a cui si fa riferimento è il fiume Guadalquivir, sulla cui riva destra sorge la città. Il fiume – navigabile dall’Atlantico più o meno fino a questa altezza – è lo stesso che attraversa Siviglia dividendo il centro storico dal quartiere di Triana.

Coria del Río è l’ultimo centro lungo il fiume – venendo dal mare – prima di raggiungere Siviglia.

Sveleremo le origini di questo cognome poco convenzionale e il perché si sia diffuso proprio in questa località fluviale alle porte di Siviglia.

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La spedizione Keicho.

Correva l’anno 1613 e – dall’altra parte del pianeta – salpava un’armata di persone alla volta della lontanissima Europa. Era la prima spedizione commerciale e diplomatica giapponese diretta verso quello che noi chiamiamo Occidente.

Guidata dal samurai Hasekura Tsunenaga  e dal futuro martire e beato Luis Sotelo – un monaco sivigliano arrivato in Giappone una decina d’anni prima e che si stava occupando della cristianizzazione del Paese – salpò da Sendai un’imbarcazione carica di samurai, mercanti ed uomini di fatica.

La comitiva avrebbe navigato verso Est per attraccare dapprima sulle coste pacifiche del Messico spagnolo, proseguire via terra fino all’altro oceano, e riprendere la sua coraggiosa traversata a bordo di navi europee attraverso l’Atlantico.

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Il re.

Avrebbero raggiunto Siviglia e Madrid per discutere con re Filippo III nuove rotte e concessioni commerciali.

La Spagna a quei tempi era un impero che si estendeva fino ai limiti delle terre conosciute. La presenza spagnola era consolidata nelle Americhe e nelle Filippine – aree alla portata dei mercanti giapponesi – e un buon accordo mercantile con la corona di Castiglia sarebbe stato vantaggioso per entrambe le parti, soprattutto alla luce delle pressioni portoghesi e olandesi nell’area.

Il papa.

I viaggiatori non erano in Europa solo per parlare di lavoro.

 In Giappone si stava formando una prima comunità cristiana e l’intenzione della missione Keicho – dopo la tappa iberica – era quella di raggiungere Roma ed essere ricevuti da Papa Paolo V. Sotelo chiedeva più missionari per potenziare la presenza cristiana nella regione.

La San Juan Bautista.

L’epopea di quel viaggio attraverso tre continenti è ricordata in madrepatria da un museo.

Nella città costiera di Ishinomaki nell’anno 1993 venne ricostruito minuziosamente il galeone protagonista dell’impresa – un modello di circa 55 metri di lunghezza per 11 di larghezza – successivamente severamente danneggiato dallo tsunami del 2011.

La nave seicentesca – la San Juan Bautista – era stata costruita da manovalanze locali avvalendosi dell’esperienza e delle tecniche apprese da costruttori castigliani, Paese che da decenni solcava gli oceani del pianeta.

La missione europea.

Torniamo al diciassettesimo secolo e al viaggio della delegazione giapponese.

Dopo la traversata atlantica, la nave aveva imboccato il fiume Guadalquivir per risalirlo in direzione Siviglia. A pochi chilometri dalla città, era d’obbligo fare tappa a pochi chilometri dal suo porto fluviale, nel piccolo centro di Coria del Río.

 Da qui i viaggiatori organizzarono la loro missione in terra andalusa, tra Coria, Siviglia e il monastero di Loreto a Espartinas, alle porte della città.

In Europa vennero accolti dal re e dal papa, vennero stipulati accordi, consegnati regali, dipinti ritratti, ma la missione Keicho non ottenne a pieno i risultati sperati.

Durante i mesi del viaggio arrivarono notizie dalla madre patria che allarmarono la delegazione:  la tolleranza delle istituzioni nipponiche nei confronti dei cristiani si era conclusa. A breve il Paese sarebbe entrato in un lungo periodo di isolamento conosciuto come sakoku.

Il fallimento dell’impresa.

I coraggiosi ritornarono in patria, per scoprire che la loro traversata si sarebbe rivelata un fallimento e che sarebbe presto stata dimenticata.

Chi si era convertito rischiava persecuzioni, e i sogni di commerci con l’America spagnola, nella nuova politica giapponese, si sarebbero rivelati solo fantasie.

Non tutti i viaggiatori ripartirono. Parte dell’equipaggio decise di fermarsi a Coria del Río e, col passare del tempo, si integrarono alla popolazione locale. Usi, costumi, tratti e lingua pian piano andarono diluendosi per poi perdersi, ma – proprio grazie a quel cognome, che contraddistingue la loro discendenza da quattrocento anni – non la memoria della loro provenienza.

La storia del cognome.

Ci mise lo zampino il prete della cittadina. I nostri giapponesi andalusi col tempo si amalgamarono, fusero e confusero con gli abitanti di Coria e nacquero i loro primi discendenti in terra andalusa.

Al momento del battesimo dei piccoli, non riuscendo a pronunciare e trascrivere in castigliano i cognomi nipponici dei padri venuti da lontano, il sacerdote risolse l’inconveniente assegnando loro uno sbrigativo cognome d’ufficio: Japón , ovvero Giappone, che ancora sopravvive.

Orgoglio giapponese.

Coria del Río è gelosa di questa eredità e da qualche anno la sta orgogliosamente ostentando.

Passeggiando per le vie della cittadina fluviale ci imbatteremmo nella statua di bronzo del capospedizione Hasekura Tsunenaga – che fissa il fiume dal quale lui e i suoi uomini sbarcarono secoli prima – e in un inconfondibile portale torii.

Alcune attività commerciali hanno scelto di mostrare le loro insegne in due lingue – spagnolo e giapponese – e sul portale del Comune sventola, oltre a quelle comunale, spagnola, andalusa e dell’Unione, anche la bandiera nipponica.

Non solo. Tra le festività e festeggiamenti locali che si susseguono nel corso dell’anno, a Coria si sono intrufolate anche feste tipicamente giapponesi o a tematica giapponese, come quella di Tōrō nagashi. Coria del Río è l’unico posto al di fuori del territorio giapponese dove si celebra.

Esiste persino una marca locale di sake locale, dal sapore peculiare e adattato all’identità di questa cittadina andalusa.

Attrattiva puramente turistica o reale ricerca di una delle proprie identità che sia, va comunque ricordato che, nel 2013, esattamente quattrocento anni dopo l’avventurosa spedizione, nientemeno che l’erede al trono imperiale del Giappone – Naruhitovenne in visita al piccolo centro alle porte di Siviglia per ricordare quel lontano viaggio da cui trassero il loro secolare cognome i Japón di Spagna.

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Studi genetici.

Nel 2013 vennero eseguiti dei test genetici sui Japón coriani, in cerca di una lontana parentela con gli odierni cittadini giapponesi.

Lo studio finanziato dal governo del Paese asiatico e condotto dal professor Toshimichi Yamamoto rivelerà che non vi è traccia di Giappone nel sangue dei Japón di Coria.

Quello che è certo è il legame tra la cittadina sivigliana e la terra del sol levante, tra fatti storici documentati e caratterizzazione turistica.

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