L’abbandono delle campagne minaccia il perdurare dei festeggiamenti di un tradizionale rito di passaggio all’età adulta: las fiestas de los Quintos.


Iberici riti moderni.
Nella pancia della Spagna rurale del ventunesimo secolo – e nella nostra Andalusia – sopravvivono le tracce di un’antica festa di paese, una sorta di rito di passaggio all’età adulta.
Questi festeggiamenti rimangono più o meno vivi in una costellazione di paesini distribuiti in giro per la penisola. Nella stessa Andalusia ne possiamo contare diverse testimonianze, dalla granadina Picena, a Istán (Malaga) fino alle onubensi Beas e Hinojos – caratteristica per l’usanza di imbrattarsi mani e tutto ciò che esse toccano di blu – ma abbiamo deciso di concentrarci su due casi concreti.
Siamo nei pueblos di Abrucena e Alcaracejos: due località rispettivamente della provincia di Almeria e Cordova non battute dagli abituali percorsi turistici.
Qui si celebrano, chiassosamente e da tempo, Los Quintos.
Si tratta di turbolente feste popolari che hanno come scenario l’intera città. Gli attori sono i vivaci e temporaneamente sbrigliati ragazzi del posto.
Chi sono los Quintos.
I Quintos sono i giovani diciottenni che hanno appena raggiunto la maggiore età. Potremmo definirli come i coscritti della comunità nell’anno del loro diciottesimo compleanno.
Fino ad epoche non molto lontane avrebbero dovuto abbandonare le consuetudini del pueblo per rispondere ai doveri del servizio militare, la cui obbligatorietà in Spagna è venuta meno nell’anno 2001.
L’origine de los Quintos.
Il termine Quintos deriva da leggi piuttosto datate: fu Giovanni Secondo di Castiglia (Juan II de Castilla) – in pieno quindicesimo secolo – ad esigere da ciascun pueblo del suo regno un giovane ogni cinque, per alimentare la macchina bellica castigliana.
Questa disposizione venne successivamente abolita, reintrodotta, modificata ed infine definitivamente abolita, lasciando di questo storico ricordo solo la parte più chiassosa.
Temporanei eccessi.
Tradizionalmente la partenza dei futuri giovani per la naia, come ci piaceva chiamarla in Italia, era celebrata rumorosamente per le vie e le piazze del paese. La concessa temporanea mancanza di regole e limiti era infine domata, reindirizzandone gli eccessi e le energie alla sfera religiosa e parrocchiale.
La consuetudine prevedeva sfilate con canti sguaiati, alcol e fumo, scritte e messeinscene goliardiche. Il tutto era tollerato dai compaesani per tutta la durata della celebrazione.
Ad aiutare i ragazzi nei loro giorni di folle sregolatezza, oltre alle orgogliose famiglie, ecco comparire gli immancabili animali domestici che – nella Spagna delle antiche tradizioni, spesso erano vittime di ogni possibile angheria. Altri tempi, per fortuna.
Los Quintos de Abrucena (Almeria).
Abrucena è un minuscolo centro di mezza montagna appoggiato sui rilievi a nord della Sierra Nevada, più o meno a metà strada tra Guadix e Tabernas e non troppo lontano dallo scenografico castello de la Calahorra. Un tranquillo paesotto agricolo di 1200 abitanti che, ogni anno, ad una settimana dal giorno del suo Patrono, si anima grazie a los Quintos.
E’ Marzo, qualche giorno prima della festa di San Giuseppe. I ragazzi si preoccupano di scegliere ed affittare un locale in cui vivranno tutti insieme per tutta la durata delle celebrazioni e che sarà la base di partenza delle loro scorribande e luogo di cene familiari.
Abrucena: una mascotte.
Serve anche una mascotte: un animale che dovrà avere la pazienza di sopportare i giovani per giorni. Tradizionalmente la mascotte era una pecora o una capra, generosamente fornita da qualche parente allevatore, ma la moda esige oggi una vaquilla, una giovane mucca. Seguirà i ragazzi per le vie della città legata a tre corde, fingerà di essere un toro e sarà continuamente sfidata in corride improvvisate.
Si ripropone quindi una versione semplificata e priva di pericoli dei rituali mediterranei di valore mascolino che vedono l’uomo sfidare il toro. Anticipo che la vaquilla non farà una bella fine.
Si beve, si mangia, si balla, si canta sguaiatamente. Si fanno scherzi, si disturba la gente, si sparano petardi. Insomma: una festa.
Abrucena: la quiete dopo la tempesta.
Il sabato ci si ritrova tutti in un salone messo a disposizione dal Comune. Per questo evento si dovrà indossare un vestito tradizionale: camicia bianca, una veste nera, una boina (un cappello non molto diverso da una coppola, tipica della Spagna profonda) anch’essa nera e pantaloni neri o jeans. I ragazzi avranno lacci colorati legati intorno alle braccia. L’evento è aperto alla cittadinanza: i ricavi del bar serviranno per recuperare parte della spesa di tutta l’organizzazione.
La mattina successiva – la domenica – ecco la messa nella chiesa del paese. Il parroco si rivolge direttamente ai giovani che stanno diventando adulti con parole di incoraggiamento per l’inizio di una nuova fase della vita.
Il rito di passaggio si è compiuto: i ragazzini di ieri sono gli uomini di oggi. E il primo atto degli uomini di oggi, ancora barcollanti dopo giorni di eccessi, sarà portare in processione la statua del Santo Patrono. Il toro selvaggio è stato domato. Dopo la processione continua la festa, ma da persone adulte.
Da qualche anno si sono unite alla baldoria le ragazze: las Quintas.
Abrucena: la triste fine della vaquilla.
Rimane da raccontare cosa sia accaduto alla mascotte ufficiale dell’evento: la vaquilla.
La tradizione vuole che, dopo interminabili fastidi, la manza venga uccisa, cucinata e mangiata per l’ultimo pasto collettivo della giovane orda. Al giorno d’oggi viene loro sottratta, macellata da professionisti e restituita, in pratici tagli, la settimana successiva. Non una bella fine.
Alcaracejos (Cordova).
Alcaracejos è un piccolo centro agricolo di meno di 1500 abitanti nell’estremo nord dell’Andalusia, sulla strada che collega Cordova all’impressionante castello di Belalcazar.
La festa de los Quintos era una tradizione piuttosto diffusa tra i pueblos di quest’area, ma solo ad Alcaracejos la consuetudine è rimasta vitale.
Siamo a quattro giorni dalla vigilia di Natale.
Lo schema ormai lo conosciamo grazie ai nostri amici di Abrucena:
- ci sono giovani che devono abbandonare la loro crisalide puerile,
- feste senza fine e senza regole per giorni col fine di fare avvicinare i ragazzi alla vita adulta sfogando ogni selvaggia e taurina energia ancestrale,
- la presentazione nella loro nuova identità alla comunità di cui faranno parte,
- il sigillo finale e purificatore del Santo.
Qui a Alcaracejos non è il Patrono ad ammansire l’irruente barbarica frotta, ma niente meno che il Natale in persona.
Alcaracejos: legna e ladri di legna.
La tradizione del posto vuole che i diciottenni girino per campagne e cascine raccogliendo legna che viene accumulata in una grande piramide nella piazza del pueblo: Plaza Pedroches (Los Pedroches è il nome della comarca).
Sono giorni di eccessi, di vino, di scherzi e di trasgressione sociale durante i quali i ragazzi convivono, come avrebbero fatto con altri connazionali provenienti da ogni angolo del Paese, se fossero dovuti partire per il servizio militare.
A Alcaracejos il protocollo si complica grazie alla figura dei Quintos Chicos.
I Quintos Chicos sono i ragazzi più giovani di un anno che tentano in ogni modo di ridicolizzare i festeggiati, rubando loro la legna o cercando di dare fuoco anticipatamente alla piramide di rami e rametti accumulata in piazza dai Quintos Grandes. Dovessero venire scoperti ed acciuffati invidierebbero le sorti delle vaquillas de Abrucena: verrebbero sottoposti ad ogni genere di angherie e vendette.
Alcaracejos: i galli e il falò
Durante il pomeriggio della vigilia di Natale viene infine acceso il falò nella piazza e la festa si apre alla cittadinanza. La mattina successiva – il giorno di Natale – gli ancora barcollanti Quintos raccolgono i resti del falò e liberano nella piazza una moltitudine di galli.
Pollame che, come possiamo intuire, verrà inseguito, infastidito, ucciso e mangiato, come da copione classico.
Nel frattempo i più giovani bussano alle case del pueblo raccogliendo mance in cambio di canti o preghiere, annunciando appunto “se canta o se reza” (si canta o si prega).
Il futuro del passato.
La fine dell’obbligatorietà del servizio militare ha allontanato l’originaria ragione della festa dal suo svolgimento. Ma non è questo che mette in pericolo una tradizione radicata nel folclore iberico. Il pericolo, che nei pueblos esclusi dai circuiti turistici sta divorando identità e tradizioni, è il despoblamiento. I paesi lontani dalla costa o dai magnetici centri urbani maggiori vedono la popolazione invecchiare e i giovani andarsene.
Feste popolari come quella de los Quintos, i cui ruvidi protocolli passano oralmente da padre a figlio da lustri, non rischiano di scomparire fintantoché vivrà in paese una manciata di ragazzi. Ma in quanti rimarranno in paese per raccontare ai propri figli perché e come celebrare questo rito di passaggio all’età adulta?
Link, fonti e proposte
- El Instituto Andaluz del Patrimonio Histórico (della Junta de Andalucía) ci offre una scheda sulla festa de los Quintos en Abrucena, fonte principale dell’articolo.
- La Agencia Andaluza de Instituciones Culturales (anch’essa della Junta de Andalucía) ci descrive la festa de los Quintos de Alcaracejos.
- Accennavamo alla peculiare tradizione di Hinojos di ricoprirsi le mani di pittura blu per imbrattare cose e persone. Ce lo racconta l’ Ayuntamiento della località in questa pagina.
- El País ci spiega chi sono Los Quintos partendo dal testo di alcune filastrocche popolari. La pubblicazione del trafiletto (in spagnolo) coincide approssimativamente con la fine del servizio militare obbligatorio in Spagna.