I residui della potatura dell’avocado diventano gli ingredienti per bioplastiche più resistenti, secondo uno studio de la Universidad de Córdoba.


Imballaggi.
Un gruppo di ricerca dell’Università di Cordova si è posto il problema della breve vita dei contenitori alimentari di plastica e bioplastica: imballaggi che, dopo aver lasciato i supermercati, si convertono presto in rifiuti da smaltire o riciclare.
Alla ricerca di un materiale che fosse più resistente e più facilmente biodegradabile rispetto alle soluzioni oggi presenti sul mercato, il team di ricerca si è concentrato sull’analisi degli scarti di lavorazione di una coltura un tempo esotica, ma ormai tipicamente andalusa.
E’ l’avocado (aguacate, in spagnolo).
Seppure di origini subtropicali (il Messico ne è il primo produttore mondiale), l’avocado si è ritagliato un importante ruolo nella produzione agricola della fascia costiera delle provincia di Malaga (Axarquia) e Granada (Costa Tropical).
L’avocado e l’Andalusia.
Giunto dall’America nelle stive delle navi di Cristoforo Colombo, l’albero di avocado cominciò ad essere coltivato in Europa nel Settecento, ma è solo dagli anni Sessanta del Novecento che inizia la sua espansione commerciale e territoriale in Andalusia.
Da allora i numeri dell’avocado andaluso sono andati gonfiandosi fino agli ottomila ettari di terreni dedicati a questa specie del 2022; la varietà più diffusa è la Hass, dai frutti dalla buccia scura e bitorzoluta.
Nella stagione 2022-2023 – stando all’articolo di divulgazione dei risultati dello studio in questione – la produzione dell’avocado in Andalusia arrivò a superare le 78 tonnellate: circa il 74% del totale nazionale, delle quali la fetta malagueña corrisponde al 46% e quella granadina poco più del 16%.
Fibra.
Come molte piante da frutto, il nostro avocado va potato.
I residui della potatura dell’avocado sono proprio la materia prima da cui sono stati tratti gli ingredienti alla base nostri test cordovani.
A foglie e rami recisi viene aggiunta soda caustica e se ne isolano le fibre, che diventano materiale di rinforzo per le bioplastiche in uso.
La bioplastica alla quale la fibra dell’avocado corre in aiuto è il biopolietilene.
Sebbene di origine vegetale, questo materiale è, a tutti gli effetti, una plastica non biodegradabile, e quindi – non appena terminato il suo compito – un rifiuto.
I risultati meccanici dei campioni realizzati sono promettenti, e arrivano a incrementare fin del 49% la resistenza alla trazione delle confezioni alimentari.
Insomma: grazie alle nostre fibre di avocado si riuscirebbe a ridurre la quantità di plastica che finisce nelle nostre spazzature.
I ricercatori ora puntano a studiare le eventuali proprietà antiossidanti e antimicrobiche del composto.
Meno rifiuti.
La ricerca è stata finanziata dal Ministero spagnolo de Ciencia e Innovación (MCINN) e dalla Consejería de Universidad, Investigación e Innovación de la Junta de Andalucía ed è il frutto di una collaborazione de la Universidad de Córdoba e la Universidad de Girona.
L’intento del progetto è quello di avanzare verso gli obiettivi dell’Unione Europea, che sogna e legifera un 2030 in cui sarà proibita una parte dei contenitori usa e getta sul mercato al giorno d’oggi.
Tra questi ci saranno gli imballaggi di frutta e verdura fresca, monoporzioni, cibi e bevande servite in bar e ristoranti e buste di plastica.
Link, fonti e proposte
- Qui trovate l’articolo scientifico (in inglese) con tutti i dati dello studio Avocado Pruning Residues for the Formulation of Bio-Based Polyethylene/Fiber-Based Biocomposites for Sustainable Food Packaging.
- La pagina web dell’Università di Cordova dedica un articolo al progetto (in spagnolo), con tanto di foto del ricercatore Ramón Morcillo-Martín del Departamento de Química Inorgánica e Ingeniería Química de la Universidad de Córdoba, indicato come autore principale dello studio.
- Anche il quotidiano Diario Córdoba tratta delle nuove fibre di rinforzo tratte dai resti di potatura dell’albero dell’avocado.