Il ricordo di un antico popolo di navigatori e la triste sorte di una regina medievale convivono in un fazzoletto di terra del Puerto de Santa María.

Doña Blanca
Mappa_El Puerto de Santa María

Due storie, ambientate a poche decine di metri l’una dall’altra ma separate da secoli di storia, si sono pietrificate nella terra delle colline e nei racconti delle genti della Sierra di San Cristobál.

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Due storie.

Siamo a pochi chilometri dalla città costiera de El Puerto de Santa María, puro concentrato d’Andalusia con le sue botteghe vinicole, la sua plaza de toros, la sua tradizione flamenca. Ci spostiamo verso l’entroterra, attraversando la pianura che un tempo era mare e, ai cui bordi, il terreno si increspa in basse colline. E’ la Sierra de San Cristobál, il cui sottosuolo ospita le cave sotterranee descritte in un articolo di non molto tempo fa.

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Due storie. La prima racconta di un popolo di antichi marinai del Mediterraneo, l’altra di una regina prigioniera in una torre nel medioevo iberico. Storie e leggende da saga epica e produzione cinematografica internazionale; “business as usual” per l’Andalusia.

La venuta di un popolo di marinai.

Era l’anno 1100 a.C, decennio più decennio meno. Le coste atlantiche vedono avvicinarsi le navi di un popolo di mercanti provenienti da lontano. Avevano già impollinato il Mediterraneo, fondando avamposti e reti commerciali, ma il loro obiettivo sono le Colonne d’Ercole. Lo storico e geografo greco Strabone racconta che questo popolo aveva ricevuto da un oracolo il compito di fondare una città oltre quello che oggi chiamiamo Stretto di Gibilterra.

Ci provano e falliscono, ma nella sconfitta fondano Sexi (la nostra Almuñecar, lungo la Costa Tropical di Granada) e arrivano a Onoba (Huelva). Il terzo tentativo è quello buono: eccoli nella Baia di Cadice, dove si stabiliscono e costruiscono un grande tempio. Con sé portano una cultura antica ed avanzata, e grandi innovazioni quali l’olio, un alfabeto, il vino, le monete e l’asino. Sono i fenici.

I fenici ed il loro mondo.

Venivano dall’attuale Libano e da quella striscia terra tra monti ed il mare avevano espanso i loro orizzonti, intessendo relazioni con i popoli che allora si affacciavano sul Mediterraneo.

Arrivavano, trattavano concessioni con i governi locali per stabilire le loro factorias (porti franchi dai quali gestivano le loro attività di scambi) o intere città e da lì infittivano i loro commerci e ampliavano la loro influenza.

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La ricchezza della civiltà tartessica, con le sue terre fertili e la sua abbondanza di miniere e materie prime, oltre ad una spintarella del già citato oracolo, li avevano attratti fin qui. Fondano Gadir – quella che oggi chiamiamo Cadice – considerata la prima città dell’Occidente.

La pianura che era mare.

La baia di Cadice a quei tempi era molto diversa. Le odierne basse terre ai tempi erano invase dalle acque dell’oceano. E qui, al limitare delle terre emerse, i fenici fondano una città fortificata.

Gli scavi hanno portato alla luce i resti di diversi recinti murari, un porto, abitazioni organizzate in isolati, strade, forni e persino gli antenati delle antiche botteghe vinicole, tra i primi e meglio conservati di questa parte del mondo.
Non solo i resti di una città: a poca distanza ecco la grande necropoli.

La fine di una città.

Poi arrivarono i cartaginesi e – siamo ai tempi delle guerre puniche – i romani. Altri centri fenici, come le vicine Cadice e Chiclana o Malaga crebbero e si evolsero divenendo le città che oggi conosciamo, mentre l’insediamento di Doña Blanca venne abbandonato e scomparve sotto le polveri del tempo.

Una torre medievale rimane a segnalare l’area. E proprio quella torre farà da quinta scenica alla nostra seconda storia.

Una torre.

Case e botteghe fenicie vennero mangiate dal tempo, scomparendo nella terra e sotto ai cespugli. I secoli passano, e con essi se ne vanno anche i romani, i visigoti, ed il grande califfato. Ed eccoci con la seconda storia. Anche in questo caso i protagonisti vengono da lontano, ma la nostra generosa Andalusia ne ha raccolto le vicende nelle sue memorie e nelle sue pietre.

Circondata dai resti dell’antica città fenicia, non appena il terreno smette di essere pianura, si erge un massiccio castellotto dall’impianto a croce greca. Ciò che vediamo oggi è frutto di un recupero ottocentesco, ma la torre, pensata come osservatorio su quella che un tempo era una baia ed ora è pianura, esiste almeno dal Quattrocento.

Che fosse davvero una torre di avvistamento (atalaya) o un’ermita, venne parzialmente distrutta durante l’invasione ottocentesca francese (la stessa che strinse in assedio la città di Cadice; lo stesso assedio durante il quale venne promulgata “La Pepa”), e su quelle rovine si calcificò la narrazione della prigionia della regina di Castiglia.

Il re Pedro I.

Secondo i racconti popolari questo castello è lo scenario della prigionia dell’infelice Doña Blanca, consorte del re Pedro I di Castiglia.
Siamo intorno alla metà del Trecento. Pedro I di Castiglia – che verrà soprannominato “il Crudele” – aveva preso in moglie la nobile francese Blanche de Bourbon.

Per intenderci, Pedro era il grande sovrano che aveva fatto costruire l’ala mudéjar dell’Alcazar di Siviglia, dove brilla il gioiello della Sala degli Ambasciatori, ma che non aveva esitato a pranzare di fronte al cadavere del suo fratellastro Fadrique (che aveva – tra l’altro – appena fatto uccidere).

La “Spagna” del Trecento.

A quei tempi la penisola iberica era frazionata in regni spesso in conflitto tra loro. Del vasto mondo andalusí non rimaneva che il Reino de Granada, che si difendeva ancora nei territori compresi tra Gibilterra e gli attuali confini della provincia di Almería.

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Penisola Iberica_Anno 1350
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Anni turbolenti anche per la politica interna della Castiglia. Aggiungiamo che sono gli anni di cattivi raccolti e della peste nera, per non farci mancare nulla. Più avanti arriverà anche la guerra con i vicini aragonesi.

Per rinvigorire la situazione della corona, Pedro è incalzato dalla nobiltà a rafforzare i legami con un regno straniero, forgiandosi un valido alleato e salvagente per le casse dello Stato in caso di -decisamente probabili – guerre.
Quale migliore occasione di un matrimonio e della ricca dote che la nuova regina avrebbe portato?

La regina e la dama.

La sposa arriva, per la gioia della nobiltà, ma sembra che non arrivi la dote, almeno non tutta. Forse per questa ragione, o forse perché al cuore non si comanda, a poche ore dal reale matrimonio Pedro è già scappato dalla sua amante, Maria de Padilla (sì, quella dell’opera romanzata di Donizetti e quella dei racconti sui “bagni” dell’Alcazar che portano il suo nome), con la quale avrà – di lì a poco – ben quattro figli.

E la scomoda Doña Blanca comincia a essere spostata di roccaforte in roccaforte, lontana dai fatti di corte, e dalla vista del re.

Trame e sommosse.

L’allontanamento della legittima regina è la scintilla delle rivolte dell’altra nobiltà. Alla testa della fazione ostile al re ecco proprio il fratellastro di Pedro – tra l’altro gemello di quello che già aveva fatto trucidare – e che, spoiler alert, è l’uomo che anni dopo l’avrebbe ucciso e rimpiazzato sul trono.
Quindi la presenza di Doña Blanca, da semplice grattacapo regale, diviene un vero e proprio caso politico.

La prigionia di Doña Blanca.

Pedro decide quindi di fare imprigionare la sua regina ai confini del regno, dalle parti di Jerez de la Frontera (città che ancora oggi conserva l’idea di frontiera nel nome).
E la torre del mito, ancora oggi circondata dalle rovine della factoria fenicia, è proprio quella che stiamo guardando in questo momento. O così raccontano i racconti.

La regina non rimarrà qui a lungo. Viene poi portata all’Alcazar di Jerez, dove viene costretta ad ingerire delle erbe velenose. Muore in queste assolate terre del Sud del regno a soli 25 anni. Il suo nome, ed una serie di fantasmi che ad esso rispondono, sono legati ai vari luoghi della penisola iberica, tappe della sua cattività, come le bellissime Toledo e Sigüenza nelle Castiglie.

Ma per noi la memoria di Doña Blanca è ancora qui, annodata a queste colline, ad un villaggio poco distante (il Poblado de Doña Blanca), ad un giacimento archeologico fenicio e ad una torretta, che forse era un’ermita, che è cinquecento anni più giovane di lei.

Link, fonti e proposte
  • La Junta de Andalucia ci racconta il giacimento archeologico di Doña Blanca in questa pagina, con tanto di video (in spagnolo). Ci sono anche le informazioni necessarie ed i contatti per visitare l’area.
  • Qualcosa in più sui fenici nell’area di Cadice, e sulla fondazione della città dall’altra parte della baia, dal sito de El País (in spagnolo).
  • Sempre El País ci rivela di come l’insediamento fenicio della Sierra de San Cristobál fosse votato alla produzione di vino e ciò che di quel mondo oggi rimane.
  • Chi meglio della Real Academia de la Historia può raccontarci la vita e la politica di Pedro I di Castiglia?
  • La Real Academia de la Historia approfondisce anche i fatti della vita di Doña Blanca de Borbón.
  • Per i racconti legati a Pedro, María de Padilla e i bagni dell’Alcazar di Siviglia che portano il suo nome, ecco un articolo de La Razón non a caso intitolato “Igiene” (in spagnolo).