Due cani spiccano nell’olimpo di personaggi famosi d’Andalusia: El Terrible e Canelo, ricordati per ragioni molto diverse tra loro.

Due cani andalusi
Mappa_Pueblonuevo del Terrible_Cadice
Cani famosi.

I cani sono protagonisti abituali di miti e leggende. Ci accompagnano da quando siamo in grado di sognare. Tutti ricordiamo il paziente Argo di Ulisse, o Cerbero che proteggeva la porta degli inferi azzannando gli intrusi con le sue tre spaventose fauci. Uno, nella Francia medievale, venne addirittura venerato come un santo.

Alcuni sanno parlare e guidano la macchina, come Pippo, altri sono stati nello spazio – per davvero – come la povera Laika sovietica.

Oggi vorremmo parlarvi di due cani andalusi, ricordati con tutti gli onori per ragioni molto diverse.

El Terrible.

Il primo cane andaluso che ricorderemo, dal carattere tremendo, compì un’impresa di tale importanza da essersi meritato di comparire nel nome ufficiale del suo pueblo.

Non è uno scherzo.

La leggenda de El Terrible.

Correva l’anno 1840 e la leggenda vuole che un inavvicinabile mastino, noto in paese per il suo carattere dispotico, stesse vagabondando indisturbato per i campi intorno alla cittadina di Peñarroya.

Nel suo girovagare qualcosa lo dovette incuriosire ed iniziò così a scavare con le sue possenti zampe. La storia non racconta per quanto tempo scavò, né quanto profonda fosse la buca ottenuta, ma ecco riemergere dal sottosuolo qualcosa che finirà per costituire la ricchezza di tutta la comarca.

El Terrible trova un frammento di carbone.

Il carbone.

La scoperta cambierà la fisionomia di questa parte della provincia di Cordova. La cittadina di Peñarroya divenne un vivace centro di estrazione mineraria. La popolazione crebbe, e crebbe quindi il paese che si estese oltre i suoi confini storici, appunto nella parte di Pueblo Nuevo (“paese nuovo”).

Arrivarono gli investimenti stranieri, soprattutto francesi, e con essi le infrastrutture, la ferrovia, il lavoro.

Un intero quartiere – ancora esistente – venne costruito dalla dirigenza della compagnia estrattrice, la Sociedad Minera y Metalúrgica de Peñarroya. Chiamato “Barrio francés” mostra tetti a punta e giardinetti su strada così poco cordobesi.

Il nome del villaggio.

Che sia stato lo scontroso mastino “El Terrible” a rinvenire il primo frammento di carbone dell’area o meno (visto che in paese esiste una lunga via dedicata all’allevatore José Simón de Lillo, che a fine Settecento sembra aver scoperto la stessa cosa), l’impresa fu di tale portata che il nome del cane finì per identificare tutta la cittadina, che passò a chiamarsi Pueblo Nuevo del Terrible.

Storia, orsi ed archeologia industriale.

Il burbero El Terrible non è l’unico grande mammifero che ha reso famosa Peñarroya. Il re Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, scrisse nel suo duecentesco Libro de las Monterías che le montagne intorno alla cittadina erano un eccellente luogo di caccia all’orso. Inutile dire che non ne rimane nemmeno uno.

Il passato minerario è ancora presente nelle rovine d’archeologia industriale dell’ ayuntamiento. Alcuni di questi edifici, costruiti dalla scuola di Gustave Eiffel agli inizi del Novecento e successivamente recuperati, ospitano musei, mentre alte ciminiere di mattoni spuntano da un territorio ai confini dell’Andalusia, segnalando la presenza delle rovine di un grande passato recente.

Una statua sorridente.

Negli anni Novanta El Terrible si è meritato una statua di bronzo nei giardini della piazza principale di Pueblo Nuevo. Si divide la scena con la scultura che celebra la figura del minatore, anima del duro lavoro nella comarca.

Una targa ci racconta che (traducendo liberamente dallo spagnolo):
“Mi chiamo Il Terrible, sono il cane mastino che scoprì il carbone in questi luoghi e che, con gli occhi dritti al cielo, si sentì il cuore riempire di gioia al pensiero della vita futura di questa terra, ora che erano sul punto di iniziare anni di prosperità per tutta la comarca.”

Il cane mattacchione rappresentato nella scultura – con il suo sorrisino sereno e la lingua sporgente –  poco fa pensare all’intrattabile e scorbutico mastino della leggenda ottocentesca.
E’ pur sempre l’eroe del villaggio.

Canelo.

La seconda storia di oggi non si perde nei tempi e nei modi della leggenda, ma ci riporta alla Cadice degli anni Novanta.

Il protagonista è Canelo, un cagnolone – tutt’altro che terribile – che ogni settimana accompagnava il suo compagno di vita fino alla porta dell’ospedale Puerta del Mar del capoluogo gaditano.

Un ospedale a cinquanta metri da una delle spiagge atlantiche che circondano la penisola su cui sorge Cadice.

I due camminavano insieme fino alla porta della struttura, poi l’abituale saluto: “aspettami qui, Canelo”. L’umano entrava per la consueta seduta di dialisi e il cane si accucciava, attendendo pazientemente. Poi la passeggiata del ritorno a casa.

Per anni.

L’attesa.

Arrivò il giorno in cui all’ “aspettami qui, Canelo” non seguì alcuna passeggiata verso casa. Quella volta alla dialisi seguì il ricovero e la morte dell’amico.
Canelo aspettò il suo ritorno, accanto alla porta dell’ospedale, per dodici anni. Non c’era verso di farlo desistere.

Canelo: uno del quartiere.

Medici ed infermieri cominciarono a portare dei cartoni, per evitare al poveretto di dormire sul pavimento freddo e bagnato o infuocato, ed il quartiere lo accettò come uno in più. Cibo ed acqua – portati da vicini caritatevoli – non gli mancavano, ma Canelo voleva solo una cosa: il ritorno del suo amico.

Un simbolo.

Il suo muso triste divenne in città lo struggente simbolo della fedeltà canina. O della fedeltà in generale: quella pura ed incondizionata.
Si provò persino a dargli una casa ed una nuova famiglia: ma Canelo tornava sempre lì dove gli era stato chiesto di aspettare.

Il finale della storia.

Un giorno di Dicembre del 2002 Canelo morì investito da una macchina.

La cittadinanza in lutto propose un monumento alla memoria del loro beniamino e della sua fedele attesa.

Oggi la strada che costeggia l’ospedale porta il suo nome: Calle Canelo (via Canelo).

Una targa, aggrappata ad un muro che la costeggia raffigura il nostro gaditano illustre mentre ci guarda passare con i suoi occhi tristi, appoggiato ad un cuscino di parole che dicono:
“A Canelo, che per dodici anni aspettò il suo padrone alla porta dell’ospedale. Il popolo di Cadice, come omaggio alla sua fedeltà”.

E così si conclude questo brevissimo resoconto sulle vicende di due andalusi pelosi che, reali o immaginari che fossero, si meritarono un posto nella sconfinata storia d’Andalusia, accanto a re, artisti ed eroi.

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