Analisi genetiche recenti sulle sepolture medievali nel dolmen di Menga, ad Antequera, rivelano una storia millenaria di culture, scambi e fede in Andalusia.


Sotto il dolmen.
Abbiamo già scritto in passato dei dolmen di Antequera, eccezionali monumenti neolitici divenuti patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Tra loro spicca il dolmen di Menga, costruito quasi seimila anni fa e ben più antico delle egizie piramidi di Giza.
L’utilizzo del dolmen andaluso sembra però non essere esclusivo della lontana preistoria umana e delle più recenti dinamiche archeologiche e turistiche.
Sono stati infatti scoperti gli scheletri di due individui, sepolti proprio nel vestibolo del monumento, la cui morte sarebbe avvenuta nel medioevo.
Non sono interramenti casuali: la disposizione dei corpi segue l’asse di simmetria del dolmen, e in entrambi i casi la testa del defunto è rivolta verso l’interno.
Insomma, anche durante il medioevo islamico andaluso, il solenne megalite sembra che fosse considerato un luogo di straordinaria importanza, al punto da divenire lo scenario di pratiche sacre e funerarie.
Un mosaico genetico.
Il gruppo ATLAS dell’Università di Siviglia, insieme a università britanniche e americane, ha analizzato il DNA di questi due inaspettati defunti, entrambi uomini di oltre 45 anni.
Nonostante fosse molto degradato dalle centinaia di estati e inverni mediterranei, gli scienziati sono riusciti a ricostruire il genoma di uno dei due, ribattezzato “Menga 1”.
I risultati, pubblicati nel dicembre del 2025, riassumono la storia di queste terre ai confini dell’allora mondo conosciuto: sono infatti geni locali con ascendenze nordafricane e del Levante del Mediterraneo (la parte orientale del Mare Nostrum, compresa tra l’Egitto e la Turchia).
Questo miscuglio medievale riflette la complessità della società andalusí (di Al-Ándalus, l’Iberia musulmana), dei suoi secolari e frequenti contatti e scambi commerciali e culturali con i popoli mediterranei, in grado di lasciare tracce tangibili nel patrimonio genetico della popolazione.
Fede e simboli.
Le sepolture medievali di Menga ci ricordano il contesto multi-religioso della penisola iberica di quei secoli: musulmani, cristiani e comunità ebraiche convivevano nella stessa regione, mantenendo scambi commerciali anche con popoli geograficamente e culturalmente lontani.
Succedeva dai tempi di Tartesso e dei Fenici, di Iberi e Romani, di Bizantini e Visigoti.
C’è da dire che l’assenza di corredo funerario complica l’identificazione di questi due corpi.
Nel caso di cittadini musulmani, ci si aspetterebbe un orientamento delle salme diretto verso la Mecca, mentre i piedi del nostri due corpi puntano invece direttamente verso la Peña del Los Enamorados, assecondando fedelmente l’asse del dolmen.
Lo stesso monumento megalitico, ricordiamo, sfuggiva all’orientamento più convenzionale di questo tipo di costruzione per poter fissare la presenza dominante del rilievo nel territorio: una montagna dalla forma di un gigantesco volto umano disteso.
La scelta del sito del dolmen di Antequera come luogo di una funzione sacra, come per le due sepolture medievali recentemente indagate, dimostra una continuità culturale straordinaria: le fedi e chi le pratica possono cambiare, ma alcuni luoghi mantengono nei millenni un’innegabile rilevanza e sacralità.
Così, il nostro ombroso megalite, che fissa la montagna dal profilo di un enorme volto coricato, diventa un luogo di memoria e sacralità, capace di evocare la centralità simbolica del paesaggio nei millenni.
Link, fonti e proposte
- A questo link trovate l’articolo in inglese che descrive i risultati delle analisi sui corpi interrati nel dolmen di Menga.
- La testata locale Diario de Sevilla racconta ai suoi lettori (in spagnolo) la provenienza genetica degli uomini sepolti nel dolmen di Menga.
- Anche Málaga Hoy tratta dei risultati dello studio effettuato dal gruppo ATLAS HUM-694 dell’Università di Siviglia.
- Questo è l’articolo pubblicato da Cadena Ser sugli studi genetici dei resti umani del dolmen di Menga ad Antequera.