Victoria Kent: inarrestabile politica, attivista, giurista e riformatrice, nata nella Malaga di fine Ottocento e pioniera di una visione moderna per un Paese dal quale era stata costretta a fuggire.


Una stazione tutta sua.
Se vi è mai capitato di prendere la metropolitana dall’aeroporto di Malaga (che in realtà è il treno di Cercanías proveniente da Fuengirola) in direzione del palpitante cuore della città, sono certo che sarete rimasti incuriositi dal nome di una delle poche fermate annunciate dagli altoparlanti del vagone.
Victoria Kent, dice: un nome inaspettatamente nordeuropeo e curiosamente poco iberico.
A questo punto vi sarete chiesti: chi era Victoria Kent, e come si è meritata una stazione tutta sua, dedicata alla sua memoria?
Anzi, quasi due.
Legge, politica e carceri.
Victoria Kent fu politica e avvocato, repubblicana, visionaria e pioniera in una fase convulsa della storia spagnola.
Viene ricordata, tra le altre cose, per essere stata la prima donna a divenire membro dell’Ordine degli avvocati di Madrid, la prima a condurre la difesa di un imputato davanti a un tribunale militare, e per essere stata alla costante ricerca di una riforma modernizzatrice del sistema carcerario spagnolo.
Da Malaga a Madrid.
Victoria Kent Siano nasce a Malaga alla fine dell’Ottocento.
Suo padre era un commerciante di tessuti di origini inglesi, da qui il suo primo cognome britannico, mentre il cognome da parte di madre era italiano.
A Malaga Victoria cresce e studia, finché, venticinquenne e già da maestra, approda a Madrid.
Siamo nei primi anni Venti del Novecento: studia legge all’università perché, affermerà decenni dopo, la risoluzione dei problemi sociali richiedeva una base giuridica.
Si avvicina ad associazioni per l’emancipazione femminile, entrando in contatto con Clara Campoamor, che a sua volta diventerà avvocata e politica, nonché voce determinante nel percorso verso il diritto di voto delle donne nel Paese iberico (ottenuto nei brevi anni della Seconda Repubblica e sospeso con l’avvento del regime franchista).
La difesa.
Con la sua tesi di dottorato, Victoria affronta per la prima volta la complessa realtà delle prigioni spagnole e di una possibile riforma del sistema, un tema che le resterà caro fino alla fine dei suoi giorni.
Entra, come scrivevamo, nell’Ordine degli Avvocati di Madrid, e lavorerà nello studio di Álvaro de Albornoz, figura che tornerà almeno un paio di volte in questo racconto.
Aprirà un suo ufficio, e rappresenterà lavoratori, pescatori, operai e addetti alle ferrovie.
È il 1927 e Victoria Kent conquista l’attenzione dell’opinione pubblica proprio per la sua vittoriosa difesa dell’avvocato, scrittore e attivista repubblicano, nonché futuro confondatore del Partido Republicano Radical Socialista, Álvaro de Albornoz – citato qualche riga fa – e con il quale aveva collaborato professionalmente.
Gli anni Venti videro l’emergere del regime di Primo de Rivera, e il suo assistito era accusato di insurrezione militare, per aver preso parte nientemeno che ai preparativi di un sollevamento contro la monarchia di Alfonso XIII.
La politica.
Victoria si unirà al partito, repubblicano e socialista, fondato e guidato proprio da Álvaro de Albornoz, iniziando così la sua verace e agguerrita attività politica che, con il sopraggiungere della guerra civile (durante la quale si darà da fare al fronte) e della nuova ventata autoritaria del Paese, la spingerà a un esilio pressoché definitivo.
Nel 1931 fu eletta deputata in seno repubblicano-socialista, rappresentando la provincia di Madrid; nel 1936 ottiene il seggio per Jaén.
Tra una parentesi politica e l’altra, esercitava la professione di avvocato.
Il voto alle donne.
Si parla ancora di Victoria Kent per la sua posizione – apparentemente inconciliabile con la sua figura progressista e in prima linea per l’emancipazione femminile all’inizio dello scorso secolo – nettamente contraria all’introduzione del diritto di voto delle donne nella nascente Costituzione Repubblicana.
Le donne spagnole ottennero comunque il diritto di voto anni prima rispetto alle francesi e italiane (era il 1931), avendo vinto in patria la posizione sostenuta dalla sua vecchia conoscente e ora deputata Clara Campoamor.
La tesi sostenuta da Victoria si fondava sul fatto che la mancanza di istruzione e preparazione delle donne spagnole di quel preciso momento storico avrebbe favorito i settori più conservatori e religiosi dello spettro politico e danneggiato la giovane ed effimera Repubblica.
In pratica: era convinta che il voto di molte donne sarebbe stato influenzato “dal confessore”, favorendo le correnti monarchiche.
Davanti alla Congresso dei Deputati della Seconda Repubblica spiegò che non era assolutamente contraria al suffragio femminile, ma che la società non era ancora pronta per un simile passo.
Le sue prigioni.
Ritorna ad occuparsi delle carceri su richiesta del presidente della Repubblica.
Victoria, che aveva per anni covato riflessioni sulla situazione delle prigioni spagnole, fa proposte ritenute fin troppo umanistiche e rivoluzionarie per i tempi.
Secondo la visione di Kent, la prigione era un luogo di recupero, più che di punizione, e doveva essere guidata da personale esemplare e preparato.
Spinge per la creazione di un istituto di studi penali, per formare degnamente gli addetti del settore.
Anche le condizioni dei detenuti andavano riviste: edifici penali e dieta del tempo lasciavano decisamente a desiderare.
Volle edifici con riscaldamento e acqua corrente, cassette affinché i detenuti potessero dire la loro sulla loro quotidianità e permessi di buona condotta in situazioni particolari.
Scandalo, per i tempi.
Victoria proponeva addirittura di coinvolgere alcuni detenuti modello nel supporto alle guardie delle prigioni, pensando di sostituire anche le poco preparate monache che amministravano le carceri femminili, in caso non avessero passato gli esami del nuovo istituto statale.
Insomma: una vera e propria riforma, che prevedeva la sostituzione di parte del personale e che allarmò sia i suoi antagonisti politici che i membri del suo partito (tra cui l’Álvaro de Albornoz che aveva salvato dalla prigione anni prima).
Victoria, a questo punto, si dimette dall’incarico.
Esilio.
Gli anni Trenta riversano sulla Spagna i venti della guerra civile e dell’autoritarismo.
L’inquieta e repubblicana Victoria si sente costretta ad abbandonare il Paese, rifugiandosi dapprima in Francia, poi in Messico e negli Stati Uniti.
A Parigi il suo attivismo non si ferma: nascosta da una Gestapo serpeggiante nella Francia occupata (perché intanto anche il resto del mondo era entrato in guerra e dovette cercare rifugio presso l’ambasciata messicana) tra le altre cose aiuta connazionali antiregime a fuggire in America Latina e fonda la Unión de Intelectuales Españoles nella quale riunisce gli spiriti iberici esiliati dal regime, tra cui il suo concittadino Pablo Picasso e il granadino Emilio Herrera (di cui abbiamo già scritto quando raccontavamo della sua tuta stratosferica).
La Unión de Intelectuales Españoles era un un organismo indipendente che permetteva ai suoi agguerriti membri in esilio di esprimersi liberamente e contribuire alla ricostruzione culturale e morale della Spagna.
L’America.
Sarà poi la volta del Messico, dove collaborerà con le università e fonderà e dirigerà una scuola di formazione e aggiornamento del personale penitenziario, che abbiamo visto essere una delle sue tante evidenti vocazioni.
Nel 1950, ancora in epoca franchista, niente meno che le Nazioni Unite la convocano a New York, affinché si occupasse dell’analisi delle problematiche delle prigioni del mondo.
L’eccessiva e ingessata burocrazia della missione la spinse, anche questa volta, a lasciare l’incarico dopo un paio di anni.
Ibérica.
L’inarrestabile Victoria fonda, negli Stati Uniti, la rivista Ibérica, finanziata da facoltosi americani che avevano a cuore le vicende spagnole a loro contemporanee.
Ibérica aveva l’obiettivo di offrire una opposizione in chiave democratica al franchismo dalla New York dell’esilio e di informare gli americani sulla situazione del Paese iberico, ben oltre ciò che veniva lasciato trapelare da oltre Atlantico.
La redazione della rivista operò per ben ventuno anni, fino agli sgoccioli del regime.
Settanta, Ottanta, Venti.
Victoria tornerà in Spagna solo in epoca democratica.
Erano gli anni Settanta: il franchismo era collassato e il suo Paese era una moderna monarchia costituzionale.
Di quel periodo è l’intervista (trovate il link nell’apposita sezione qui sotto) per la televisione spagnola in cui raccoglie le memorie e i successi di una vita intensamente vissuta – qui solo accennata – tra lotte, ideali, storia e politica.
Morirà a New York nel 1987.
Ecco chi è stata l’andalusa Victoria Kent, per quando ne sentiremo nuovamente pronunciare il nome dagli altoparlanti del vagone del treno di Cercanías, nel breve viaggio tra la nostra Malaga e il suo aeroporto: un’anima inquieta e preparata, in lotta con una società che vedeva come iniqua e inadeguata al suo presente.
Link, fonti e proposte
- Qui trovate l’intervista integrale di RTVE – di poco meno di un’ora e tutta in castigliano – alla carismatica Victoria Kent. Ricordiamo che l’intervista risale alla fine degli anni Settanta, quindi alcuni pareri potrebbero apparire un po’ distanti dal modo d’intendere del Ventunesimo Secolo. Altri invece sono sorprendentemente contemporanei e le parole pronunciate – bianco e nero del video a parte – potrebbero sembrare essere registrate questa mattina. Ne emerge la figura magnetica, serena e determinata di una donna instancabile nella sua lotta per migliorare la società in cui le era toccato vivere.
- La Real Academia de la Historia ci guida (in spagnolo) attraverso la straordinaria storia di Victoria Kent, nella pagina a lei dedicata.
- Ecco come la versione in inglese del quotidiano locale di Malaga – Sur – scrive del ritorno di Victoria Kent nella Spagna democratica degli anni Settanta, riassumendo i fatti salienti della sua vita.