La ricca repubblica marinara di Bayyana e la leggenda dell’intrepida corsara Malika nelle memorie medievali del mare di Alboran.

Bayyana e Malika
Mappa_Pechina
La porta che non c’è più.

Fino a fine Ottocento esisteva ad Almeria una porta – scomparsa insieme a questo settore di mura – chiamata Puerta de Purchena.
La Puerta de Purchena segnava l’origine della strada verso Bayyana, divenuta Pechina, ed infine – per qualche strano incidente di trascrizione – ricordata in città come Purchena, forse per assonanza con un ben più lontano pueblo del territorio almeriense.

La repubblica marinara di Pechina.

Ad una dozzina di chilometri da Almeria, risalendo il fiume Andarax verso l’entroterra, incontriamo Pechina. Oggi paesotto di un migliaio di abitanti, le sue polveri custodiscono un passato opulento ed avventuroso.

Le origini di Bayyana.

Siamo nel nono secolo. La Spagna è governata dai signori di Al-Ándalus e Cordova è la mirabile e potente capitale della politica e del sapere.

Se una costellazione di fortificazioni ed eserciti preparati alla guerra vigilava i confini terrestri del regno, le coste erano soggette all’impeto distruttivo delle navi da guerra normanne.

Per far fronte a questa minaccia via mare, il principe Abderraman I richiama dall’Oriente un gruppo di marinai yemeniti. Si stanzieranno lungo il corso del fiume Andarax, e da lì difenderanno la costa andalusì.

Presto il loro insediamento cresce, attirando commercianti ed artigiani da ogni parte del regno. Sorgono quartieri, una moschea, laboratori, e quel nucleo improvvisato dagli yemeniti diviene una vera e propria città: Bayyana.

Le raffinate ed efficaci tecniche agricole arabe – con il loro sapiente uso dell’acqua – cambiano il territorio. Si coltivano agrumi, portati da terre lontane, il melograno, nuove erbe aromatiche e spezie. Abili tessitori producono stoffe di eccellente qualità: il lino e la seta di Bayyana, come le sue ceramiche, sono famosi in tutto il continente e fino alle sabbie della Via della Seta.

L’atalaya di Bayyana.

Mentre la medina di Bayyana si erge nel polveroso entroterra – invisibile dalla costa e protetta da eventuali incursioni vichinghe- lungo il litorale va formandosi un quartiere popolato da marinai e commercianti, pronti a vendere tessuti, olio e schiavi alle due sponde del Mediterraneo.

Un’atalaya (torre di avvistamento) osserva il mare e vigila questa frazione che prende il nome di Al-mariyat Bayyana, l’atalaya di Bayyana. Dalla parola “Al-mariyat” ad “Almería” il passo – complice la Reconquista, nuovi popolatori ed una nuova lingua – sarà breve.

Ricchezza, commercio ed autonomia.

La città andalusì ed il suo porto otterranno dal governo centrale del mirabile emirato una certa autonomia, divenendo qualcosa di simile alle nostre repubbliche marinare: un effervescente e ricco centro votato al commercio via mare, con navi che dal Mare di Alboran (le acque comprese tra l’attuale sud della Spagna e il Marocco) filavano da un capo all’altro del Mare Nostrum.

La decadenza di Pechina e l’ascesa di Almeria.

L’insediamento lungo la costa, protetto dalla torre, diviene col tempo un frizzante crocevia di commerci, sapere ed idee, al punto che – e siamo ormai nel decimo secolo- l’emiro che si nominerà califfo Abderramán III decide di fortificare Al-mariyat ed elevarla allo stato di medina, ovvero città vera e propria.

Inizia così la decadenza del centro di Bayyana. Persone ed attività si spostano verso la costa abbandonando l’antica città che verrà inghiottita dal tempo.

Tempi difficili, mari perigliosi.

Con la dissoluzione del potere centrale del califfato e la sua frammentazione in tanti piccoli regni – in continua guerra ed alleanze tra loro e con i regni cristiani iberici – le acque del mare di Alboran diventano pericolose.

I commercianti si reinventano quindi corsari che, a seconda delle alleanze in voga in quel momento, non disdegnano assalire navi di questo o quel Paese.

Malika Fadel ben Salvador.

In questo bellicoso contesto – ed abbiamo portato il calendario avanti di quasi tre secoli – nel 1302 nasce Malika Fadel ben Salvador da una benestante famiglia di mercanti pechineros.

Del grande emirato e del successivo califfato di Al-Ándalus non rimane che un frammento sotto l’ala protettrice di Granada. I Regni di Castiglia e d’Aragona premono ai suoi confini, stipulando effimere alleanze e dichiarando guerre per rosicchiare le terre degli avversari.

Pochi anni dopo la nascita di Malika castigliani e aragonesi si uniscono in un attacco congiunto al Regno di Granada. Durante l’assedio aragonese di Almeria, fondamentale porto della regione, i genitori di Malika vengono uccisi mentre lei è al sicuro in mezzo al mare sulla nave di famiglia. Merito del nonno.

Il nonno Ibn, e gli affari di famiglia.

Grazie alla lungimiranza del nonno, o forse solo ad un poco di fortuna, i due sopravvivono all’assedio della città. Malika cresce tra il mare e la terraferma, seguendo l’anziano mercante marittimo nella gestione dell’azienda di famiglia ed imparandone il mestiere.

Ma non solo. Il vecchio commerciante è a capo di un business di import-export via nave tra Europa ed Africa e non disdegna attaccare e depredare le navi che si avvicinano alla costa almeriense.
Una famiglia di corsari, insomma, con il beneplacito del regno.

Una vita da corsaro.

La protezione della nipote – unica erede della famiglia – era tra le priorità del nonno.

La vita del corsaro è dura, soprattutto se sei una bambina in una nave piena di predoni senza scrupoli. Per assicurare l’incolumità della nipote, il protettivo Ibn Fadel le mette a disposizione un gigantesco schiavo eunuco e, una volta raggiunta l’età per poterlo fare, la prende ufficialmente in sposa per evitare che nipote e patrimonio gli venissero sottratti.

Malika cresce apprendendo dal nonno tutto ciò che da sapere del business, e alla morte del parente – la causa è la peste nera che sta decimando la popolazione europea – si ritrova a capo dell’attività.

Sarà un’abile commerciante e una spietata corsara conosciuta e temuta da mercanti e marinai in mare e lungo le coste.

Si racconta che Malika si innamorerà di una bellissima schiava egiziana conosciuta durante una delle sue scorrerie, che libererà e dalla quale non si separerà mai più.
Il suo nome, il pericolo che costituiva e la fama dei suoi vascelli ricolmi di lauti bottini erano ben noti ai due lati delle Colonne d’Ercole.

Pedro contro Pedro.

Conosciamo bene il re Pedro I di Castiglia, detto il Crudele. Mentre si riposava dalle fatiche della politica e dei giochi di palazzo – siamo nel 1356 – contemplando la pesca dei tonni nelle acque di Sanlúcar de Barrameda (in provincia di Cadice, dove il fiume Guadalquivir incontra l’Oceano Atlantico) vede con i suoi stessi occhi una flotta dei nemici aragonesi attaccare delle navi alleate, concretamente genovesi.

Il sovrano interrompe immediatamente le sue vacanze andaluse per mettersi all’inseguimento degli assalitori.

Non li raggiunge, ma per vendetta decide di fare arrestare tutti i commercianti catalani di Siviglia, rappresentanti della corona aragonese nel suo regno, dopo averne confiscato i beni.

Con questo asso nella manica, per poter riottenere le navi sottratte ai genovesi ed il carico delle loro stive, si rivolge all’altro Pedro, Pedro IV re di Aragona, che però non vuole saperne nulla dello scambio.

La guerra dei due Pedri.

E’ la scusa perfetta per dare inizio ad una guerra che i due regni stavano covando da un po’. Questioni di alleanze e di territori. Gli aragonesi erano sostenitori del fratellastro di Pedro I, Enrique de Trastámara (che un giorno prenderà il soprannome de El Fratricida), che puntava alla corona di Castiglia.

Entrambi i regni volevano inoltre mettere la mani sulla regione di Murcia, area-cuscinetto tra i due poteri e strategicamente confinante con i territori di Granada.
Insomma: i due Pedri cercavano una scusa per arrivare alle armi.

E guerra fu.

Malika, le bandiere, le navi, la leggenda.

Ma cosa c’entrano Pechina, Almeria e Malika con fatti di guerra e politica avvenuti all’altro capo d’Andalusia?

Quello che vide Pedro I dalle acque di Sanlúcar era meno chiaro di quanto gli fosse apparso.
Le navi aragonesi assalitrici erano sì di proprietà della flotta aragonese, ma erano state cedute ai loro alleati francesi per tenere sotto controllo i nemici inglesi in quel settore dell’Atlantico.

E le barche genovesi inseguite battenti bandiera castigliana? La leggenda vuole che non fossero altro che la brigata della nostra corsara Malika che, approfittando della tregua tra Castiglia e Regno di Granada, usasse i vessilli di Pedro I per muoversi liberamente tra Mediterraneo ed Atlantico. L’attacco franco-aragonese era quindi un tentativo di liberarsi per sempre della minaccia della terribile predona e mettere le mani sul ricco bottino trasportato.

Insomma: Malika, personaggio tra storia e fantasia sarebbe la causa di una guerra terrestre e marittima tra le due potenze iberiche durata undici anni.

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Come anticipato, i fatti legati alla vita della nostra corsara di Pechina sono intrisi dai dubbi e le iperboli della leggenda, e non vantiamo l’immodestia di saper separare con certezza chirurgica cronaca e fantasia.

Dal presunto arrembaggio a Sanlúcar non sappiamo più nulla delle vicende di Malika, della sua schiava egiziana e della sua gigantesca guardia.
Ci rimane un nome, legato ad una donna audace e potente, terrore dei mari del medioevo e le memorie di una città libera e potente, mal ricordata dal nome di una porta almeriense che non esiste più.

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