Vi scriveremo di due rettili fantastici del bestiario andaluso: il Saetón della Sierra Morena e l’Alicante dei monti di Cadice, che da generazioni popolano le leggende dei pastori e dei viandanti di queste terre.

El Saetón y El Alicante
Mappa_Sierra de Cádiz y Sierra Morena
Animali fantastici.

Nel folclore dei monti andalusi sopravvivono antiche figure nate – più che probabilmente – dall’immaginazione popolare, e che assumono le forme più pure delle paure umane.

Tra queste esistono – o meglio, esisterebbero – due schive e spaventose bestie dal corpo di serpente: il Saetón, che si aggirerebbe tra i fitti boschi della Sierra Morena, e l’Alicante, un suo lontano parente che si nasconde tra i rilievi della provincia di Cadice.

Le creature fantastiche non mancano nelle leggende d’Andalusia: abbiamo già scritto di gigantesche lucertole infestatrici di città, di locali versioni dei centauri classici e di fanciulle tramutate in terrorifici ibridi antropofagi, per esempio.

El Saetón della Sierra Morena.

Siamo nel nord della regione, nelle valli e nei boscosi rilievi che uniscono le province di Cordova e Jaén con le terre de La Mancha.

Qui si racconta di un rettile mostruoso chiamato Saetón.

Lo si descrive come un grosso serpente dal corpo tozzo e scuro, capace di compiere impressionanti balzi, o addirittura volare.

Diciamola tutta: del Saetón si dice che abbia persino delle ali, attributi che lo staccano dal dominio degli avvistamenti incerti di malcapitati testimoni, per trasportarlo in quello del mito e dell’immaginazione.

Lo schivo e pericolosissimo animale sarebbe in grado di ipnotizzare le sue vittime per poi morderle con denti velenosi e letali.

Le sue prede principali sono il bestiame di queste terre a cavallo tra il mondo rurale e la natura più selvaggia.

Testimonianze e paure.

I sorprendenti racconti che evocano la terrificante figura del rettile volante coincidono nei dettagli: cavalli che rifiutano di attraversare torrenti poiché intimoriti da un’incombente presenza, mostruosi serpenti alati che balzano dal fitto fogliame, urla di pastori e greggi uccise in pochi istanti.

Ci sarebbe poi la testimonianza di una famiglia locale che, in un tempo non ben precisato, attraversava le montagne su un carro trainato da un cavallo.

Attirato allo scoperto dal goloso pasto equino, il Saetón si sarebbe lanciato goffamente sul suo bersaglio, finendo travolto e schiacciato dalle pesanti ruote del veicolo.

Il mostro silvestre è sempre dotato di forza, velocità e astuzia straordinarie, e incarna le paure nei confronti di una natura indomita.

Una natura che lambisce le attività della sparsa umanità di queste terre di confine, siano esse legate alla pastorizia, all’agricoltura o ai viaggi tra monti e foreste, lontani dalla confortante sicurezza di paesi e villaggi.

Innocui e reali serpentoni.

Il termine spagnolo saetón è assegnato anche a un animale perfettamente reale e altrettanto squamato: è il colubro lacertino, un serpente non pericoloso per l’uomo, tipico dell’area mediterranea occidentale.

In Italia una parola simile (saettone) è legata a un rettile non molto diverso: il colubro di Esculapio, simbolo di medici e farmacisti.

In entrambi i casi: niente ali.

El Alicante dei monti di Cadice.

Sui monti dell’entroterra della provincia di Cadice si nasconderebbe un altro misterioso e mostruoso serpentone, in questo caso chiamato Alicante, che non avrebbe ali e non sarebbe in grado di volare.

Viene descritto come una lunga biscia completamente cieca, dalla bocca straripante di affilati denti simili ai canini di un gatto e interamente ricoperto di peli.

Velenosissimo, si dice, al punto che – riporta la stampa locale – fioccano i detti popolari che ammoniscono chi si avventura per i rilievi della zona.

Ne citiamo uno: si el Alicante viera y corriera, nadie a la sierra fuera (che tradotto significa: “se l’Alicante potesse vedere e correre, nessuno si avventurerebbe in montagna”).

Squame o pelo.

La bestia dalla quale vorrebbero mettere in guardia gli abitanti delle terra gaditane potrebbe essere la comune e velenosa vipera, un comunissimo rettile la cui descrizione sarebbe stata – decennio dopo decennio, bocca dopo bocca – arricchita di dettagli fisici agghiaccianti e repellenti (ci mancavano i peli, oltre al veleno).

Altre ipotesi richiamano invece un particolare mammifero che, in Europa, popola solo il meridione della penisola iberica: il meloncillo.

Si tratta di uno strettissimo parente africano della mangusta (sì: proprio la cacciatrice di cobra dei documentari sull’India).

Quando il meloncillo si sposta per il sottobosco con i suoi cuccioli, questi seguono la madre in una stretta fila indiana, creando una sorta di lunghissimo serpentone peloso.

I cacciatori che storicamente hanno provato a sparare a questa bizzarra biscia irsuta, si sono sicuramente imbattuti in un fenomeno inquietante.

Avrebbero infatti visto la creatura – in realtà madre e piccoli terrorizzati – spezzarsi in monconi che rapidamente si sarebbero dati alla fuga autonomamente in ogni direzione.

Leggende striscianti.

Non ci è dato sapere cosa realmente abbiano visto o temuto i pastori e i viandanti dei selvaggi monti andalusi per dare vita a simili creature e aneddoti.

Difficilmente vi imbatterete nel Saetón o nell’Alicante durante i vostri trekking nei frondosi parchi della regione, ma è affascinante pensare che leggende tanto antiche, custodi della cultura popolare e del patrimonio antropologico dei boschi lontani dai centri abitati, continuano a vivere e a nutrire la fantasia – anche solo per un istante, anche solo all’udire il rumore di un ramo spezzato – di chi percorre queste terre.

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