Lo stemma del comune di Alozaina ricorda María Sagredo e come sia riuscita a salvare il pueblo da un’invasione cinquecentesca.

María Sagredo e Alozaina
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Alozaina.

C’è un piccolo paese nell’entroterra della provincia di Málaga con un curioso stemma comunale.

Ci riferiamo a Alozaina (che si pronuncia con l’accento sulla a centrale): un candido pueblo di duemila anime dominato dal volume della sua settecentesca chiesa.

Siamo ai piedi dei primi increspamenti orografici della Sierra de las Nieves, e da qui l’occhio si perde in un ondulato orizzonte di ulivi senza fine.

Lo stemma comunale.

Lo stemma di questa cittadina raffigura una torre merlata dorata, alla quale è appoggiata una scala.

Fiera, in cima alla torre, si vede una donna che lancia oggetti dall’alto della sua elevata posizione.

Ai piedi della costruzione, sul cocuzzolo della collina sulla quale si erge, due uomini che fuggono.

Guardiamo meglio gli oggetti scagliati dall’alto: dovremmo riuscire a distinguere degli alveari e alcune api che si accaniscono contro i due personaggi in fuga.

Un turbolento contesto storico.

La fantasiosa immagine congelata nel escudo della città fa in realtà riferimento, come succede per molti comuni andalusi, ad un presunto fatto storico.

Dobbiamo tornare indietro nel tempo fino alla seconda metà del Cinquecento, anni di rivolte nelle terre del Reino de Granada, ovvero i territori che fino a qualche decennio prima erano tutto ciò che rimaneva dello splendore di Al-Ándalus.

Il contesto è quello delle ribellioni dei Moriscos, che da queste parti sfoceranno nella violenta Rebelión de las Alpujarras.

Mudéjares e Moriscos.

I Moriscos erano gli antichi cittadini del regno nazarí di Granada (e più in generale di tutti i territori riconquistati dalle corone di Castiglia e di Aragona) che, posti dinnanzi alla scelta tra l’esilio e la conversione, decisero di rimanere.

In un primo momento fu concesso ai vinti di mantenere la propria religione in cambio del pagamento di speciali tasse (un po’ come succedeva ai fedeli di altri credi sotto il dominio del musulmano di Al-Ándalus), e questi cittadini erano denominati Mudéjares.

Naturalmente il cambiamento non fu indolore e, focalizzandoci sulle terre granadine, a meno di un decennio dalla capitolazione del regno, ci furono delle rivolte nel cuore del capoluogo.

La fase successiva impose anche la conversione, con l’obiettivo di una maggiore integrazione – soprattutto nelle aree rurali – ma consentiva l’uso della lingua e tollerava le usanze, tradizioni e abbigliamento di sempre.

Insomma: tentativi di assimilazione sempre più stringenti

I nuovi cristiani presero il nome di Moriscos.

La Pragmática Sanción de 1567.

Di certo non aiutò a quietare le acque un editto emanato da re Felipe II il giorno di capodanno del 1567.

Con il nome di Pragmática Sanción de 1567, il re esigeva che i Moriscos rinnegassero anche la loro lingua (nel reino si sarebbe dovuto parlare castigliano), le loro tradizioni e i loro abiti tradizionali: i sudditi del vecchio stato nazarí si sarebbero dovuti spagnolizzare.

Tra le ragioni politiche c’era la minaccia ottomana: la mancata integrazione della popolazione in queste aree culturalmente diverse era vista come un potenziale pericolo; a corte ci si preoccupava che i Moriscos potessero appoggiare un eventuale attacco turco.

Riassume il tutto lo storico Julio Caro Baroja nel suo saggio – degli anni Cinquanta – Los moriscos del reino de Granada.

Si sarebbe dovuto partecipare alle feste locali, mantenendo finestre e porte aperte.

I contratti stipulati in arabo sarebbero stati annullati e i libri scritti in arabo requisiti.

Il termine previsto per completare questa trasformazione era di tre anni.

Non solo: furono vietate anche le concentrazioni dei cittadini, per impedire rivolte.

Grosso guaio en las Alpujarras.

L’editto, evidentemente, ottenne esattamente il contrario, ovvero le già citate ribellioni de las Alpujarras (ricordiamo che la Alpujarra  è l’area di alta montagna, insediamenti sparsi e di difficile accesso, compresa tra le attuali province di Granada e di Almería).

L’integrazione tra i coloni arrivati dal nord e le popolazioni locali fu complicata.

Alla fine, questi movimenti vennero sedati e i Moriscos inizialmente dispersi per le terre castigliane, fino al 1610, quando furono definitivamente costretti all’esilio.

A mali estremi.

Torniamo alla nostra torre dell’entroterra malagueño: la storia raccontata dallo scudo di Alozaina – che si tinge di leggenda come spesso accade nei racconti popolari dei pueblos andalusi – ha come contesto questo clima di tensione, assalti e violenza.

Corre l’anno 1570, quando si avvicina al minuscolo insediamento di un’ottantina di abitanti, un’orda composta da ben 600 soldati, tutti travestiti da castigliani.

L’intenzione è chiara: conquistare e depredare Alozaina.

Degli uomini del villaggio solo sette erano sul luogo dell’imminente battaglia.

I presenti vengono tutti radunati – anziani, donne e bambini – e chiunque si reggesse in piedi e fosse più o meno credibile viene vestito con indumenti e cappelli maschili: la città doveva apparire presidiata da soggetti forzuti.

L’unica possibile strategia era mandare qualcuno in cerca di aiuto e intanto resistere come si poteva.

Le paladine di Alozaina.

Le donne di Alozaina divengono le eroine di questa storia.

Corrono a suonare le campane per radunare la popolazione e poi si fiondano a difendere il castello.

Lo scontro per la fortezza è feroce e tra i pochissimi pecheros (come vengono chiamati gli abitanti di Alozaina) le vittime sono numerose.

Una giovane, spinta dalla rabbia del vedere il proprio padre a terra colpito dalle armi nemiche, si lancia sugli invasori, colpendo, ferendo e uccidendo, lottando con tutte le proprie forze.

È Maria Sagredo, che ora si prepara a difendere la città dall’alto di una torre del forte.

María Sagredo, le api e una maledizione.

La giovane María Sagredo capisce che lei e le sue concittadine non sarebbero riuscite a tenere a bada un’armata, ma almeno ha il vantaggio di dominare la battaglia da una posizione elevata.

Inizia a lanciare sugli assalitori tutto quello che trova a portata di mano, poi la svolta: vede degli alveari che finiscono immediatamente sulle teste dei nemici.

Le tante api, inferocite dalla confusione e dalla distruzione delle loro case, si avventano sugli invasori, pungendo e seminando il panico.

I ribelli, intuendo che il piccolo centro non sarebbe stato la facile preda che credevano, si ritirano incendiando edifici, rapendo – ci ricordano le testate locali – quattro giovani e rubando capi di bestiame.

Gli assalitori moriscos infine si allontanano lanciando una maledizione rimasta nel folklore di Alozaina: “malditas sean las moscas de tu tierra” (che siano maledette le mosche della tua terra).

La torre o ciò che ne rimane.

Cosa ci sia di accuratamente storico in questo racconto popolare – oltre al contesto – non ci è dato saperlo.

Della torre dal quale María Sagredo lanciò api e alveari (o meglio: la torre alla quale venne attribuito il nome di Torre de María Sagredo) rimane poco.

È la base di un bastione di pietra, a pianta circolare, inglobato in un edificio più recente.

Nonostante la mescolanza tra storia e mito, Alozaina si è guadagnata un’eroina, anzi un’intera squadra di eroine: le donne del pueblo, che nel lontano, precario e sanguinoso Cinquecento de las revueltas moriscas, seppero tenere a bada un intero battaglione di miliziani armati.

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